Autore: Laura Carrozza

Storie di generosità e amore.

Ogni anno le nostre attività natalizie assumono un senso diverso. Accade perché quelli che potrebbero essere giorni tutti uguali non lo sono, e storie che potrebbero sembrare simili sono, in realtà, molto differenti tra loro.

I bambini con disabilità e le loro famiglie in Tanzania hanno vissuti ed esigenze che caratterizzano ogni percorso in modo unico. Ognuno ha necessità di varia natura, ed è anche per questo che siamo sempre felici di poter garantire una cura che sia adeguata e giusta. 

Un Natale lungo un anno.

Grazie a tutti i nostri sostenitori, a tutti gli amici dell’associazione, ai nostri operatori sul campo che hanno sostenuto e raccontato quello che facciamo giorno dopo giorno, anche quest’anno Comunità Solidali nel Mondo ha potuto vivere una campagna di Natale che volge al termine. 

L’impegno, però, non finisce qui ma va avanti senza sosta: le attività da organizzare e gestire sono moltissime, e settimana dopo settimana si aggiungono sempre nuove necessità e nuovi progetti. Per questo vogliamo che il Natale 2022 duri un anno.

Con la campagna natalizia abbiamo sottolineato l’importanza, per un bambino che soffre di epilessia in Tanzania, di avere un’assicurazione sanitaria che copre in un intero anno visite mediche, esami diagnostici, farmaci e terapie e per la sua famiglia di avere il tempo materiale per mettere i soldi da parte e poterla rinnovare l’anno seguente. Abbiamo condiviso la necessità di dotare gli ambulatori che non si trovano nei grandi centri urbani di specifici farmaci antiepilettici. Abbiamo richiamato l’attenzione sulle visite domiciliari e sul fatto che poterle effettuare, in tanti casi, significa dare ai bambini l’unica possibilità per essere seguiti, perché non hanno modo di recarsi in uno dei nostri Centri. Abbiamo, nuovamente, raccontato i programmi attivi nei nostri centri per la malnutrizione e la forte connessione con la disabilità. Infine, abbiamo richiamato l’attenzione sull’artigianato delle mamme di Mbeya che contribuisce all’economia locale delle comunità. Il nome scelto per il progetto è Ujamaa, a sottolineare l’importanza di creare insieme per compiere qualcosa di bello.  E voi, che da poco o da molto ci seguite, avete dimostrato una grande sensibilità e un ascolto sempre attento, mai distratto, dimostrandoci che come noi credete che solo insieme si possano concretamente cambiare in meglio tante situazioni, anche se  si trovano molto lontano dai nostri occhi.

Vogliamo ringraziarvi tutti, dal profondo del cuore, uno per uno: voi che avete scelto, tra i tanti modi disponibili per esserci accanto, di dedicarci del tempo per una donazione, di conoscere e vivere un mondo di solidarietà, facendo parte della nostra comunità.

Continueremo, nel 2023, a rendervi partecipi di tutto quello che accade nei Centri in Tanzania, di tutte le novità, di tutte le storie di famiglia che non vediamo l’ora di raccontarvi.

Grazie!

Foto di copertina: Mulki Longo.

Un lungo cammino.

Quest’anno, il 2022, ha rappresentato un percorso quasi infinito di obiettivi, progetti e traguardi. Quasi infinito perché il nostro lavoro quotidiano non conosce pause né fine, ma nei mesi scorsi abbiamo affrontato così tanti punti di rilievo che ci è sembrato di non poter fare di più. Invece, di più possiamo fare e faremo, nel 2023 che si appresta a cominciare, grazie soprattutto all’insostituibile supporto di tutti i nostri donatori.

Ma cosa ha rappresentato, quindi, per noi il 2022? 

Ha significato accogliere dodici nuovi ragazzi che hanno scelto di svolgere il loro periodo di Servizio Civile in Tanzania, quattro per ciascuno dei nostri Centri. Dodici cammini diversi, dodici bagagli di sogni e di speranze, dodici idee piene di vita. Ma ha segnato anche la conferma di alcuni punti fermi come Valerio, Valentina e Kitula, che con i loro percorsi già avviati, da poco o da molto, hanno saputo essere un porto sicuro per tutti. Ai nuovi arrivati diciamo grazie, dal profondo del cuore, perché in pochi mesi hanno dimostrato la loro grande passione e professionalità.

Il 2022 ha anche rappresentato l’avvio e il consolidamento del nostro programma di cooperazione internazionale Daima Mbele! – Sempre Avanti, che si propone di creare un protocollo per la gestione dell’epilessia in Tanzania in grado di costituire un punto di riferimento per l’intero paese prevedendo l’apertura di tre cliniche per il trattamento dell’epilessia di bambini con disabilità all’interno dell’Ospedale di riferimento regionale di Ifakara presso il St. Francis Regional Referral Hospital, quello di Wanging’Ombe dell’Inuka Rehabilitation Hospital e di Mbeya presso i Simama Rehabilitation Centers e facendo formazione, con lo scopo di creare in tutto il paese un network di operatori sanitari con una conoscenza specifica sul trattamento dell’epilessia e portando avanti una campagna di sensibilizzazione sul territorio per contrastare credenze e stigma sulla malattia.

Foto Mulki Longo

Anche in questo 2022 abbiamo registrato nuovi ingressi per il centro Antonia Verna – Kila SIku  e i Centri Simama. Sono numeri sempre in crescita che se da un lato rappresentano il costante bisogno di supporto dei bambini e delle famiglie, dall’altro manifestano una grande fiducia nei confronti dei nostri operatori e cooperanti.

Quest’anno abbiamo dato un nome al tuo 5×1000, raccontandoti le storie di Joela, Blessings, Kevin, Bryton e tanti altri bambini che possono migliorare le proprie condizioni di vita grazie a un gesto tanto generoso quanto semplice, la destinazione del 5×1000 alla nostra associazione.

C’è, poi, la campagna di Natale, “Un Natale lungo un anno”, con l’intento di ricordare che una donazione può fare la differenza per tanto tempo, e gli effetti benefici non si esauriscono nella bellezza del gesto ma si estendono a tutti i mesi a venire. Con le donazioni di quest’anno, infatti, potremo, tra le altre cose, garantire un’assicurazione sanitaria per un bambino che soffre di epilessia per un intero anno, garantendogli da subito visite mediche, ricovero, esami diagnostici, farmaci e terapie e acquistare specifici farmaci sull’epilessia di cui gli ambulatori fuori dai grandi centri urbani sono sprovvisti

Il 2022 è stato l’anno della Missione Dire, un momento molto importante di racconto e condivisione che ci ha regalato l’impegno e la vicinanza emotiva di due grandi professionisti, Vincenzo Giardina, giornalista di grande spessore, e Marco Palombi, fotoreporter di rara sensibilità.

Nei mesi estivi, poi, abbiamo avuto la bella notizia di un ritorno che ci ha reso molto felici: Valentina Collina, terapista della Neuro e Psicomotricità dell’età evolutiva, che durante l’anno della pandemia aveva svolto con noi il suo Servizio Civile Universale, ha deciso di trascorrere le sue uniche ferie estive in Tanzania, e ha anche attivato una raccolta fondi, a partire dai suoi amici e familiari, per promuovere le visite domiciliari dei nostri bambini con disabilità di Mbeya e Dar es Salaam, in Tanzania. Abbiamo ripreso con grande entusiasmo il progetto dell’Artigianato Solidale e attivato nuovi canali di donazione, per sentirci ancora più vicini, come Wishraiser o i nostri canali Facebook e Instagram.

Foto Mulki Longo

Siamo stati investiti da un’onda d’amore, un’onda che ha reso indimenticabile quest’anno che sta per concludersi e che noi abbiamo cercato di onorare moltiplicando impegno, passione e determinazione.

Il 2023 alle porte sarà una sfida ancora più grande perché siamo decisi a fare cose ancora più sorprendenti: buon anno da tutto lo staff di Comunità Solidali nel Mondo!

Foto di copertina: Marco Palombi.

Una giornata di festa e di speranza.

Per Comunità Solidali nel Mondo la Giornata internazionale dei diritti delle persone con disabilità è molto di più di una ricorrenza da onorare. È l’occasione per ricordare a tutti, partendo da noi stessi, perché abbiamo iniziato questo cammino e perché ogni giorno vediamo sempre nuove luci e coltiviamo nuove speranze. 

Quest’anno vogliamo raccontarla con la voce dei protagonisti, con chi quella giornata l’ha vissuta e l’ha resa speciale.

3 dicembre 2022 – Giornata internazionale dei diritti delle persone con disabilità. 

Oggi è stata una giornata di festa nel Centro Antonia Verna Kika Siku, a Dar Es Salaam in Tanzania. Per la Giornata internazionale sulla disabilità le suore, gli operatori, i nostri civilisti hanno organizzato grandi cose. Si inizia presto, alle sei di mattina, per una maratona di 5 km a cui partecipano un centinaio di donne e uomini del quartiere, insieme alle suore (per l’occasione in tenuta sportiva) e ai nostri ragazzi.

Intorno alle 8:30 il gruppo arriva al Centro Verna, e ad attenderlo ci sono novanta bambini con disabilità, con tante mamme e a sorpresa anche una decina di papà.

I maratoneti ricevono come premio due pacchi di farina rinforzata che distribuiscono a tutte le mamme: questa farina è particolarmente importante per i bambini perché contiene tutti i nutrienti utili per contrastare la malnutrizione e per garantire una crescita armonica dai 6 mesi in su.

Dopo aver distribuito i premi si dà il via alla festa, con musica e balli. Il momento del ballo è sempre molto coinvolgente qui, e in questa occasione lo è ancora di più perché a ballare sono anche i bambini, e tutti siamo contagiati da una grande atmosfera di gioia.

Arriva, poi, anche il momento degli interventi e delle riflessioni, tutti importanti e significativi; qui le parole di Tekla, la Rappresentante della Provincia di Kinondoni nella Metropoli di Dar.

Il suo discorso inizia con un ringraziamento alle mamme: “Noi abbiamo qui dei bambini perché voi siete rimaste! Se voi non ci foste, se voi foste scappate via, loro sarebbero stati solo un grande peso per la società. Non perdete la speranza! Se Dio ha messo sulla strada dei passi più difficili vi darà anche la forza di superare questi ostacoli. Quando avete davanti il viso di vostro figlio non cercate di vedere i tratti somiglianti del marito che vi ha lasciato: cercate di vedere piuttosto il volto di Dio che alla fine non vi abbandona!”

Poi Tekla ha chiesto ai padri presenti, una decina, di alzarsi: tutti applaudono. A loro si rivolge in modo diretto e appassionato: “Siete voi i primi che dovete sensibilizzare gli altri uomini e tutta la società perché avete sperimentato che anche un bambino con disabilità ha delle grandi potenzialità. Solo un padre può sensibilizzare gli altri padri infondendo speranza!”

Tekla chiude il suo intervento con un’informazione pratica, indicando alle mamme e ai papà l’indirizzo dell’Ufficio che nella Provincia si occupa di disabilità, così che possano avere non solo supporto morale ma anche un riferimento sicuro per le questioni urgenti e per ogni altra necessità.

L’intervento di Tekla si chiude così, ed è poi il turno dei genitori: le loro testimonianze sono particolarmente toccanti. Ci sono i genitori di Grace che, affetta da paralisi del plesso brachiale, è stata presa in carico dal nostro Centro e ha recuperato l’articolazione e i movimenti delle braccia e delle mani. Gli operatori ci hanno confermato che era una bambina timida e che, entrando al Centro, piangeva sempre. Adesso sorride, canta, balla, ed è stata lei che, in modo rituale, ha messo in bocca agli ospiti di onore un pezzo di dolce, quello con cui si è aperto il pranzo.

Un’altra testimonianza molto significativa è stata quella della mamma di Joseph, un ragazzo con la sindrome di Down. La mamma ha ricordato a tutti che il figlio aveva tanti problemi tra cui un mutismo selettivo: parlava solo a casa! A scuola, al Centro, non parlava mai con nessuno. Adesso, invece, è molto socievole, parla con tutti, è particolarmente affettuoso e si è messo persino a ballare di fronte a 150 persone.

È stato, poi, il turno di un papà: ha parlato di Samwel, il figlio di 21 anni, che ha avuto un ritardo nello sviluppo dovuto a un’infezione virale contratta a pochi mesi di vita. Il papà non avrebbe mai immaginato che dopo la frequentazione del centro suo figlio sarebbe stato capace di confezionare delle buste. È un piccolo lavoro artigianale che fa insieme ad altri due ragazzi e che gli consente di ricavarne un piccolo sostegno, sia per loro che per le loro famiglie. Non solo, Samwel ha la sua vita: dopo aver collaborato in casa e aver dato una mano al papà esce con gli amici, e questo è un altro segno di speranza che un papà davvero coraggioso ha saputo offrire a tutti. 

Sulla torta, simbolo di questa nostra festa, un pasticciere amico aveva scritto My ability is stronger than my disability e per noi non c’è dimostrazione più forte di questa di quanto sia importante impegnarsi e continuare a costruire, insieme, giorno dopo giorno, con coraggio.

Michelangelo Chiurchiù, dicembre 2022

Ringraziamo il nostro Presidente, Michelangelo Chiurchiù, il vice direttore del Centro, Valentina De Cao, e tutti gli altri operatori e volontari per aver messo in questa testimonianza amore e speranza.

FOCSIV, la solidarietà condivisa.

FOCSIV, Federazione degli Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontario, è la più grande federazione italiana di Organismi cristiani di cooperazione e volontariato internazionale. Lavora per “promuovere lo sviluppo di tutte le persone e dell’intera persona umana“, e noi siamo entrati a farne parte con grande orgoglio.

Lo scorso 12 novembre, la Presidente Focsiv, Ivana Borsotto, ha tenuto un intervento di grande profondità al workshop per il 50esimo dell’associazione, un intervento che vogliamo riportare qui, perché ne condividiamo valori e visione. Ringraziamo la Presidente e FOCSIV per averci accolto con tanto entusiasmo e calore.

50 anni fa, anni Settanta.

Erano gli anni della guerra fredda tra due blocchi politici, del sottosviluppo, dello sfruttamento, del risveglio del Terzo Mondo e delle lotte di liberazione, del disgelo e della distensione ma ancora della deterrenza nucleare, appena dopo l’invasione di Praga, l’Europa dell’Est prigioniera della cortina di ferro, la Cina squilibrata dal Libretto Rosso della rivoluzione culturale, mentre maturava la sconfitta degli USA in Vietnam.

I giovani prendevano la parola e si proponevano da protagonisti.

Del siate realisti, chiedete l’impossibile. Del non è che l’inizio.

Tempi di innocenza, tempi di fiducia, perché si credeva nello sviluppo che produceva progresso, anche se ne affioravano i primi limiti. Nella modernità che non spaventava, nella plastica che era il futuro.

Anni Settanta. In Italia, lotte di operai e di studenti, autunno caldo. E anni di piombo, terrorismo e stragi di Stato. Delle domeniche in bicicletta per la prima crisi petrolifera. E il decennio delle riforme, dallo Statuto dei Lavoratori al Diritto di Famiglia, alla depenalizzazione dell’interruzione di gravidanza, da Basaglia al Divorzio, dal Servizio Sanitario Nazionale alla Legge per la Casa. L’unico decennio di riforme effettive e sostanziali nel nostro Paese.

Soffiava il vento del Concilio Vaticano II, con uno slancio di rinnovamento.

La Pacem in Terris e la Populorum Progressio orientavano i cristiani ad aprirsi al mondo. Tempi di profonde convinzioni e idealità, dell’opzione per i poveri e dell’impegno personale. Delle Comunità di base e dei preti operai.

In quel tempo, donne e uomini di fede, volontari della cooperazione e della solidarietà internazionale, decisero che per valorizzare al meglio il proprio impegno e per rendere più utile il loro lavoro e conseguire con miglior efficacia i loro obiettivi era necessario camminare insieme.

Decisero quindi di associare gli organismi attraverso i quali prestavano le loro opere nella FOCSIV, Federazione degli Organismi Cristiani di Servizio Internazionale Volontario.

In questi giorni, cinquanta anni dopo, quelle donne e quegli uomini, li ricordiamo con la gioia ed il sorriso, in continuità sulla rotta tracciata dai 20 Soci fondatori.

Lungo quel cammino, quelle donne e quegli uomini hanno dedicato tempo, passione e competenze al volontariato e alla cooperazione internazionale e alla Focsiv.

I loro valori, i loro principi, i loro obiettivi e la loro esperienza ancora ci ispirano.

Lungo quel cammino, oggi, siamo 94 Organizzazioni attive in 80 paesi del mondo, e continuiamo ad essere prossimo nelle periferie più abbandonate, ma ribollenti di vita, nei villaggi più lontani, nelle carceri più affollate e disumane, nelle rotte migratorie più crudeli,

 nei conflitti più feroci, nei campi profughi più gremiti, nei Paesi martoriati dalle guerre, da disastri ecologici e da accaparramento dei terreni.

E lo facciamo insieme con le donne che sono protagoniste dello sviluppo, artigiane, insegnanti, medici e infermiere, attiviste e madri che lottano per l’acqua, per il cibo sano, per una scuola e una sanità per tutti.

Con i contadini, che mettono a frutto la loro terra e si fanno soggetti dei loro diritti Con le famiglie che cercano in quell’Europa arcigna e gretta un futuro migliore. Con le comunità che si aiutano e che resistono,

Con i movimenti che lottano per la giustizia e i diritti umani e sociali

Con i giovani che rivendicano il loro domani,

Con le Istituzioni locali e nazionali più meritevoli di rispetto.

E con i ragazzi e le ragazze del Servizio Civile e tutti i nostri volontari e operatori.

In Italia lo facciamo con i nostri compagni di viaggio:

Con Aoi che è la nostra seconda casa e Cini e Link2007, con i quali condividiamo la Campagna 070.

Con la Caritas, Missio e la Campagna La Pace Va Oltre, per il Medio oriente e le terre martoriate dalle guerre dimenticate.

Con #stopthewarnow, per essere costruttori di pace e di giustizia nell’Ucraina aggredita dalla Russia.

Con il Movimento Laudato Si’ e la Fondazione Lanza, per promuovere l’ecologia integrale. Con l’Unedi per essere partecipi e animatori del dialogo interreligioso.

Con il Forum del Terzo Settore per sostenere l’associazionismo e le politiche sociali

E con tante e tante altre realtà con cui tentiamo di essere prossimo.

Sapendo che viviamo e vivremo tempi difficili.

Un mondo dove non ha funzionato l’esportazione della democrazia, dove si registrano i limiti del miglioramento e del progresso tramite il commercio, dove le forze del mercato si propongono come soluzione ai problemi che lo stesso mercato determina, dove la democrazia è tanto più fragile quanto più aumentano le disuguaglianze e non mantiene le sue promesse di giustizia, di benessere e di dignità.

Un mondo dove la scienza e la tecnica ci mettono a disposizione potenzialità senza precedenti per comunicare, per essere vicini, per lavorare insieme ma possono mutarsi a nuovi strumenti di oppressione, dominio e di controllo, di discriminazione, di asservimento, come fu per il fuoco o come è per un farmaco, che può diventare veleno.

Mentre in Italia tornano i turisti, si affollano stabilimenti balneari, bar e ristoranti, code ai musei…

Ma aumentano i poveri e qualcuno li chiama fannulloni e li incolpa delle loro povertà.

Torna l’inflazione che falcidia i salari e le pensioni

Il discorso politico è rinchiuso e deformato dagli influencer, dai tik tok e dai talk show. Delusione e disillusione alimentano sfiducia verso le istituzioni e astensionismo e volatilità elettorale.

Richiami alla legge e all’ordine sono presentati come garanzia di sicurezza, convincenti per una società che invecchia, sospettosa e impaurita dal cambiamento.

Con rigurgiti autoritari che rischiano di criminalizzare ogni forma e manifestazione di dissenso.

E criminalizzano le ONG che salvano vite in mare.

Tratti di una mappa che ci impone di studiare, di rinnovare le nostre conoscenze.

Viviamo e vivremo tempi in cui i mari sono tempestosi e insicuri per le guerre, le pandemie, le disuguaglianze che crescono, le vecchie e nuove povertà, la minaccia climatica e ambientale, con i disastri naturali che diventano sociali e producono migrazione e disumanità.

In questi mari se la nostra meta è incerta, non ci sarà possibile raggiungerla. Allora è indispensabile tracciare una rotta e verificare quali percorsi sono possibili, contando sulle nostre navi, sui nostri timonieri e sul nostro equipaggio.

Perché il futuro è un puzzle complicato, tra orizzonti corti e fratture sociali e generazionali. Sembra un labirinto con prospettive inedite, nel quale ci si può smarrire.

E allora dobbiamo migliorare. Per essere all’altezza di quanto il mondo ci richiede. Per essere un piccolo grande antidoto contro la paura e, come ci ammonisce Papa Francesco, non limitarci ad essere un palliativo ma ad affrontare le cause profonde delle sofferenze che si vivono in ogni parte del mondo.

Questo è il senso della riflessione di oggi.

Perché questa riflessione riguarda il futuro della Focsiv.

Riguarda il lavoro e l’anima della Focsiv e la sua volontà e capacità di rafforzare la solidarietà e la cooperazione allo sviluppo in modo sempre più incisivo ed efficace. Per essere quel granello di senape che produce speranza, come dice il Vangelo. Questo è il senso di questo seminario.

Rifletteremo su un mondo in cerca di equilibrio, sopra la follia che minaccia il futuro dell’umanità.

Rifletteremo su di noi, esseri umani, che siamo natura, vita materiale, interessi e passioni, fisicità che partecipa del creato ma anche spirito libero e e trascendenza, capaci di cose mirabili e terribili, capaci di tutto il bene e di tutto il male del mondo, ciascuno di noi, nella nostra terrena determinazione.

Ma possiamo scegliere, ciascuno di noi, di essere umani, che è cultura, ascolto e comprensione, relazione cosciente, pratica quotidiana di fratellanza.

Liberi ma non padroni.

Ciascuno di noi è un essere umano e può essere umano, in uno spettro di legami e di libertà, contraddittorio, tra la terra e il cielo.

I suoi quesiti specifici, rispetto ai bimbi che siamo andati a trovare insieme, fanno scaturire in me tantissimi interrogativi, e tante riflessioni. In Tanzania, il riabilitatore abituato a lavorare nel contesto europeo, con a disposizione strumenti diagnostici, livelli di approfondimento, materiali e referenti specifici, si trova a fare un enorme e continuo esercizio di adattamento e revisione delle proprie conoscenze. Inizialmente può capitare anche di sentirsi in colpa o inappropriati per il solo pensare a “soluzioni europee” per raggiungere obiettivi terapeutici.

Gradualmente, però, ci si abitua a integrare le proprie competenze con il contesto socio-culturale ed economico delle famiglie dei villaggi, e a ragionare con mezzi che si possiedono; si impara a “fare quello che si può con quello che si ha”, come ben raccontava un collega fisioterapista dopo un anno di volontariato a Dar Es Salaam. In sintesi, con un processo continuo di rielaborazione emotiva e di riflessioni, a poco a poco si apprende davvero quel processo, fondamentale nell’area della riabilitazione, dell’imparare a “cucire su misura” (alle caratteristiche del bambino, della famiglia, di risorse e contesto) un intervento terapeutico, nel rispetto di tutte le variabili e dell’obiettivo.

Workshop 50esimo Focsiv

Essere umani. Esseri umani. Alla ricerca di un equilibrio, sopra la follia Roma, 12 novembre 2022

Intervento della Presidente Focsiv, Ivana Borsotto

Celebriamo il volontariato, ogni giorno.

Oggi si celebra la Giornata internazionale del volontariato e quest’anno le Nazioni Unite hanno scelto di sottolineare il tema della solidarietà attraverso il volontariato: per noi non c’era un modo migliore di farlo se non intervistando il nostro Presidente, Michelangelo Chiurchiù, in un ritratto appassionato e vivido di una vita solidale, al servizio degli altri.

Michelangelo, la tua prima esperienza significativa nel terzo settore è con don Luigi Ciotti in una pionieristica comunità di recupero, per poi continuare con il Gruppo Abele e con Capodarco. Dal 2007 sei Presidente della nostra associazione, Comunità Solidali nel Mondo, che si occupa di garantire le cure e restituire dignità ai bambini con disabilità e alle loro famiglie in Tanzania. Nei tuoi tanti percorsi di solidarietà hai incontrato decine, centinaia di volontari: qual è, tra tutti, il ricordo che ti suscita ancora oggi maggiore emozione?

Leggere la domanda mi ha fatto riflettere sul mio percorso e la prima cosa che posso dire è che in questo percorso ci sono anch’io come giovane: un giovane che si rivede allo specchio, a distanza di quarantasette anni dalla prima esperienza strutturata che ho fatto presso il Gruppo Abele e poi dal 1976 nella mia Comunità di Capodarco. Facendo un bilancio, perché quando si hanno i capelli bianchi è inevitabile farlo e farlo spesso, io mi ritengo soddisfatto. Rifarei tutto ciò che ho fatto perché l’ho fatto in coerenza con la migliore cultura e sensibilità dell’epoca. Mi riferisco, in particolare, all’esperienza di quel ‘68 “minore”, di cui poco si parla, caratterizzato da scelte radicali che erano la traduzione delle scelte politiche che ognuno di noi maturava. Per molti miei compagni dell’epoca la scelta politica, infatti, si traduceva in assemblee, riunioni di partito, organizzazione di dibattiti, di assemblee, di manifestazioni. Ma per una parte di noi, una minoranza, l’opzione politica si traduceva in scelte di vita a fianco di persone fragili: per me ha significato la vita in una comunità insieme a persone con disabilità.

Vivere in comunità significava lasciare la propria casa, per vivere in una nuova famiglia. Ricordo come a un certo punto in Comunità mi abbiano chiesto di assumere il ruolo di Responsabile degli obiettori e dei volontari. E ricordo anche di aver detto subito “facciamo!” e mai “fate!”. Ritenevo, e ritengo ancora oggi, che la credibilità non si guadagna per titoli o per ruoli ma sul campo. Allora c’era una circostanza legata agli obiettori: quella della residenzialità. In sostanza, agli obiettori che venivano inviati dal Ministero della Difesa si chiedeva di svolgere il servizio civile in comunità 24 ore su 24, lasciando la propria casa e vivendo nei gruppi famiglia. Questa circostanza era prevista anche per chi era precettato, quindi per le persone che non avevano scelto Capodarco come destinazione ma erano state inviate dal Ministero perché lì c’era bisogno, al pari di quanto accadeva per il servizio militare. Per loro la residenzialità era una difficoltà, un vero e proprio trauma, per cui si creavano attriti, tensioni e situazioni non semplici da gestire, anche tenendo conto del fatto che altri enti non chiedevano il medesimo impegno. Ecco, in quella occasione ricordo di aver avuto la determinazione di chiedere a tutti la stessa esperienza di vita in comunità, nel rispetto delle regole che tra l’altro ci venivano dettate dal Ministero della Difesa che aveva il compito della gestione degli obiettori. L’ho fatto perché ero certo che questo distacco dalla famiglia fosse una possibilità di crescita, visto che lo avevo sperimentato sulla mia pelle: per me era chiaro come solo così si potessero capire le sfumature di certe realtà, sfumature che sarebbero sfuggite vivendole solo 6 ore al giorno per 5 giorni a settimana.

Nella stragrande maggioranza dei casi andava proprio così: quello che sembrava un ostacolo insormontabile diventava esperienza di vita gratificante perché si creavano nuove relazioni, nuovi affetti, si dava un senso nuovo alla cura di persone con disabilità che prima sembravano distanti e che all’improvviso diventavano parte della propria vita. Soprattutto, riconoscendo nomi e volti spariva la distinzione tra assistente e assistito.

Qualche giorno fa (il ricordo mi suscita ancora emozione) un personaggio pubblico di cui sono amico, mi chiama al telefono e mi confessa: “Senti, a distanza di 25 anni dall’esperienza in comunità posso dirti che avevi ragione”. Gli chiedo il perché e mi spiega che vivere in comunità gli ha cambiato la vita; oggi è convinto che il Servizio Civile debba essere obbligatorio per tutti.

Mi sono ricordato di quando ci scontravamo di quanto abbia faticato per questi scontri; ma sono ancora più convinto che, anche se non riconosciute da tutti, queste sofferenze hanno dato un senso alla crescita di tante ragazze e tanti ragazzi che mi sono stati accanto.

A pensarci bene questo è stato il mio apporto per un cambiamento della società che io avevo sognato radicale e rivoluzionario: se poi sia stato effettivamente “radicale” lo lascio giudicare alle migliaia di giovani che ho incontrato sulla mia strada.

Tra le tue attività rientrano anche diverse pubblicazioni: ne citiamo una, “Figli per sempre. La cura continua del disabile mentale”, un libro a cui hai collaborato e che raccoglie i contributi di alcuni tra i nomi più prestigiosi della riabilitazione e dello studio dell’handicap (Augusto Battaglia, Andrea Canevaro, Marcello Mario Pierro e Anna Maria Sorrentino).

Per le famiglie che affrontano, giorno dopo giorno, le necessità di cura e di assistenza di un bambino o ragazzo disabile grave, definito “figlio per sempre” per la continua e indispensabile necessità di qualcuno che lo accudisca come un genitore anche quando il genitore non c’è più, come si declina e che significato assume la parola volontariato? Come si caratterizzano l’impegno e la dedizione dei familiari che diventano, in un certo senso, “volontari per sempre”?

Quel libro è nato dalla presa d’atto della necessità di evidenziare lo sforzo che facevano i genitori che avevano figli con disabilità, specialmente se con disabilità mentali. Ricordo che nel corso di un’intervista sul Manifesto, un giornalista di grande valore umano, proprio in occasione della Giornata del volontariato, mi chiese la mia idea sul tema e io gli dissi: “Occorre volontarizzare i professionisti e professionalizzare i volontari”. Intendevo dire che secondo me occorre mettere insieme le due caratteristiche, quelle del professionista e quelle del volontario, perché entrambi possono svolgere un servizio adeguato. Il libro è un modo per porre l’attenzione sulla questione del “dopo di noi” perché questo aspetto ha una validità molto importante anche oggi. Le conquiste legate all’integrazione sociale, all’integrazione scolastica, sono molto fragili: occorre sempre proteggerle con qualcosa in più, qualcosa che in passato, negli anni 70/80, era rappresentato dal clima sociale e culturale di partecipazione e di attenzione, per cui c’era una sensibilità viva. Era un clima generale caratterizzato dall’idea di rimuovere le cause dell’emarginazione sociale, un clima in cui ci si accorgeva maggiormente di questi aspetti e infatti è stata la stagione in cui sono nate la maggior parte delle leggi relative alle questioni di cui parliamo oggi (la 180, la riforma Gozzini sulle carceri, la 118, la riforma del sistema sanitario per garantire la sanità per tutti, ecc.), proprio perché il periodo era favorevole. Dunque, se c’è questa sensibilità anche la società civile è pronta a raccogliere le sfide del sostegno alle persone in difficoltà così come alle stesse famiglie.

Oggi questo libro è ancora attuale perché è necessario rinnovare le ragioni per cui i problemi di cui parlavamo prima possano essere considerati problemi di tutti. La tendenza attuale è di affidarsi agli specialisti per la cura e la presa in carico di situazioni difficili: tendenza dettata da una presunta convenienza economica che nasconde molto spesso una chiusura di fatto generalizzata a chi è “diverso”, a chi ha bisogno di maggiori attenzioni. E questo è un tornare indietro!

Significa, di fatto, la rinascita degli istituti con tutto quello che di negativo negli anni Sessanta avevamo scoperto frequentando come volontari quei luoghi dannati: disumanizzazione delle relazioni, negazione della vita e del futuro. Le istituzioni totali, ce lo avevano insegnato gli studiosi che abbiamo conosciuto come “maestri del sospetto”, servono soprattutto a definire chi è diverso (e sta rinchiuso dentro) e chi è normale perché sta al di là del muro di cinta.

Questo approccio purtroppo è tornato di “moda” oggi, con la tendenza a privilegiare identità forti e divisive. È importante continuare a parlarne: proprio qualche giorno fa, sul Corriere della Sera è stato pubblicato un articolo che sottolinea la necessità di affrontare il tema del “dopo di noi” da subito, prima della scomparsa dei genitori, perché solo così si può creare un clima di solidarietà semplice, capace di consentire la condivisione di questo problema anche con altre famiglie, siano esse nella stessa situazione o meno. In questo modo si può alleggerire il ruolo di “volontari per sempre” dei genitori o dei fratelli e sorelle delle persone con disabilità e anche queste piccole esperienze hanno un loro valore, importante, e devono essere incoraggiate.

Lo scorso anno hai inviato all’ex Presidente del Consiglio Mario Draghi una lettera in cui identificavi il servizio civile come una bottega della democrazia, riprendendo anche le parole di Luca Antonini, giudice della Corte Costituzionale, che aveva precisato: “L’educazione al bene comune è quello che forma il cittadino in grado di essere un protagonista della vita sociale, economica e politica del nostro Paese”. Quali strumenti suggeriresti alla politica e alle istituzioni per valorizzare il Servizio Civile e fare in modo di trasmettere ai giovani l’importanza di un’esperienza così significativa di volontariato e di vita?

Parlando anche in questo ambito in termini di bilanci, ritengo che l’attenzione, anzi l’ossessione, per i giovani sia stato il tratto che ha dato il significato più profondo alla mia esperienza professionale. Il Servizio Civile, negli anni, ci ha preservato da derive che secondo me ancora oggi sono in atto e mi permetto di sostenere che abbiamo svolto una funzione suppletiva rispetto alle istituzioni ufficiali come la scuola o l’università, perché queste, spesso, non sono state capaci di trasmettere il senso dell’impegno per una cittadinanza attiva.

Lo strumento che suggerisco è una battaglia da condividere e vincere, a mio parere, per inserire il Servizio Civile in un cammino organico: scuola, università, associazionismo e servizio civile, in modo che si crei un percorso strutturato, al cui interno si possa offrire ai giovani varie strade, compresa quella del Servizio Civile appunto. La proposta concreta è che si arrivi a far sedere allo stesso tavolo i rappresentanti della scuola, dell’università, delle associazioni laiche e cattoliche, delle Chiese, degli Enti che gestiscono oggi il servizio civile per elaborare insieme una strategia educativa e formativa utile a condividere gli strumenti da dare al giovane di domani per aiutarlo ad affrontare in modo adeguato e con pienezza le sfide del Terzo millennio. Ritengo che questa strategia formativa oggi non sia chiara e soprattutto non sia condivisa. Alcuni elementi fondamentali di questa strategia, sicuramente funzionali alla vita sociale e politica del giovane consapevole di domani, vanno necessariamente condivisi, per poterli poi far entrare nella formazione dei giovani. Concludo suggerendone alcuni: l’educazione alla responsabilità, l’educazione alla politica come luogo del bene comune, il lavoro manuale e l’educazione alla nonviolenza.

Abbiamo dimenticato l’importanza della nonviolenza e soprattutto di educare alla nonviolenza come ci aveva suggerito, in tempi non sospetti, Aldo Capitini. In questo mondo sconvolto dalle guerre forse siamo stati troppo deboli, e di questa nostra debolezza dobbiamo farci carico, perché non abbiamo investito nel pensare che la nonviolenza è un’alternativa reale a una società intrisa di violenza. Un’alternativa che deve essere interiorizzata e praticata non da pochi o da alcuni, ma da tutti.

Michelangelo Chiurchiù studia filosofia e teologia all’Università Gregoriana, sviluppando nei primi anni ’70 la passione per il terzo settore. La prima esperienza significativa è con don Luigi Ciotti nel Gruppo Abele in una pionieristica comunità di recupero. Dal 1976 entra a far parte della Comunità di Capodarco di cui diventerà, per anni, dirigente. Dal 2007 è Presidente di Comunità Solidali nel Mondo, a cui dedica quotidianamente le sue energie per consentire all’Associazione di perseguire la sua missione principale: dare dignità e speranza alle persone con disabilità e alle loro famiglie nel Sud del mondo.

Grazie Michelangelo!

Un Natale lungo un anno.

La cura e l’assistenza dei bambini con disabilità e delle loro famiglie è un impegno che non conosce soste. Spesso, in questo periodo di feste ma anche di grandi riflessioni, ci si interroga su come poter aiutare gli altri lasciando un segno tangibile, un segno che non sia effimero ma che duri nel tempo. La nostra associazione, per questo Natale, ha voluto raccontare storie che non hanno un inizio e una fine, storie che narrano di bambini che hanno bisogno di noi sempre, ogni giorno.

Il gesto di un giorno per illuminare quelli futuri.

Sai cosa significa donare a Comunità Solidali nel Mondo? 

Significa poter acquistare un’assicurazione sanitaria per un bambino che soffre di epilessia, per un intero anno, garantendogli da subito visite mediche, ricovero, esami diagnostici, farmaci e terapie. 

Significa mostrare, nel tempo, ai genitori di quel bambino, i progressi possibili attraverso le cure, e sensibilizzarli tanto da convincerli a risparmiare il denaro necessario per rinnovare l’assicurazione l’anno seguente, dandogli un anno di tempo per poterlo fare.

Significa aiutare a rifornire di particolari farmaci per il trattamento dell’epilessia gli ambulatori di ospedali fuori dai grandi centri; significa permettere che i piccoli pazienti ricevano il trattamento più appropriato per la cura antiepilettica.

Significa aiutare i nostri operatori a svolgere con regolarità le visite domiciliari, raggiungendo nelle proprie case tanti bambini e ragazzi con disabilità che non possono recarsi nei centri di riabilitazione perché vivono in villaggi molto distanti, collegati con strade spesso impraticabili.

Significa sostenere il programma Daima Mbele! – Sempre Avanti che prevede l’apertura di tre cliniche per il trattamento dell’epilessia di bambini con disabilità in Tanzania, garantendo la formazione e la qualificazione del personale (i dettagli del programma sono disponibili qui).

Significa provare a far diminuire quella percentuale di bambini con disabilità che soffre di malnutrizione, garantendo nutrimento adeguato e strutturando un percorso di formazione per le famiglie.

Tanti modi di donare.

Le necessità dei bambini di cui ci prendiamo cura sono tante ma ce n’è una che predomina su tutte: è l’amore, un amore così forte che è capace di farsi sentire e di lasciare il segno anche a distanza. Se vuoi scoprire come puoi fare il tuo gesto d’amore per questo Natale visita la pagina dedicata: troverai tante diverse possibilità per lasciare un segno capace di illuminare, e siamo certi che troverai quello giusto per te.

Noi non possiamo che ringraziarti sin da ora per il tempo che spenderai, per quello che vorrai donare, per gli amici o i familiari che vorrai coinvolgere in questa missione di amore. 

Grazie, a nome di tutti i nostri bambini e di tutte le loro famiglie.

Foto: Mulki Longo.

Raccontare le visite domiciliari in Tanzania.

Tre mesi fa riceviamo una chiamata. In un caldo pomeriggio estivo dall’altro capo del telefono arriva la voce di Valentina Collina, Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’età evolutiva, che due anni fa aveva svolto con noi il suo Servizio Civile Universale.

Con tanta emozione ed entusiasmo, Valentina ci racconta di aver preso una decisione importante: vuole trascorrere due settimane di agosto, le sue uniche ferie, in Tanzania, per tornare lì dove ha lasciato il cuore. A noi già questo appare da subito come un gesto di grande solidarietà e umanità ma non possiamo immaginare che le idee di Valentina vanno, in realtà, ben oltre. In Tanzania non vuole portare “solo” il suo aiuto ma anche un supporto economico per sostenere le nostre attività. Scopriamo, così, che ha già attivato una raccolta fondi, a partire dai suoi amici e familiari, per promuovere le visite domiciliari dei nostri bambini con disabilità di Mbeya e Dar es Salaam, in Tanzania. A lei, che già aveva raccontato sul nostro blog lo svolgersi delle visite domiciliari durante il periodo del Servizio Civile, lasciamo nuovamente spazio per questo articolo, un articolo che diventa reportage di un mondo che cerchiamo di farvi scoprire sempre di più, un giorno alla volta.

La Tanzania insegna il concetto di “cucire su misura” un intervento riabilitativo. 

Gli incontri domiciliari che si svolgono nella regione di Mbeya si distinguono in:

majumbani: incontri duranti i quali si effettua l’intervento riabilitativo specifico, mostrando e condividendo a voce esercizi o consigli attività con i genitori;

home visit: incontri nei quali si va per la prima volta a conoscere l’ambiente domestico di bimbi che hanno da poco iniziato a frequentare i centri o sono giunti per una valutazione;

special case: situazioni particolari o casi nei quali i genitori, dopo un periodo di frequentazione del centro di riabilitazione più vicino, hanno smesso di recarvisi senza una comunicazione.

Questa distinzione mi viene ricordata e specificata da Whiteson, terapista occupazionale che lavora dal 2019 nel progetto Simama CBR. Whiteson a ogni incontro è pieno di domande, curiosità e ricerca di confronto professionale con noi riabilitatori occidentali.

I suoi quesiti specifici, rispetto ai bimbi che siamo andati a trovare insieme, fanno scaturire in me tantissimi interrogativi, e tante riflessioni. In Tanzania, il riabilitatore abituato a lavorare nel contesto europeo, con a disposizione strumenti diagnostici, livelli di approfondimento, materiali e referenti specifici, si trova a fare un enorme e continuo esercizio di adattamento e revisione delle proprie conoscenze. Inizialmente può capitare anche di sentirsi in colpa o inappropriati per il solo pensare a “soluzioni europee” per raggiungere obiettivi terapeutici.

Gradualmente, però, ci si abitua a integrare le proprie competenze con il contesto socio-culturale ed economico delle famiglie dei villaggi, e a ragionare con mezzi che si possiedono; si impara a “fare quello che si può con quello che si ha”, come ben raccontava un collega fisioterapista dopo un anno di volontariato a Dar Es Salaam. In sintesi, con un processo continuo di rielaborazione emotiva e di riflessioni, a poco a poco si apprende davvero quel processo, fondamentale nell’area della riabilitazione, dell’imparare a “cucire su misura” (alle caratteristiche del bambino, della famiglia, di risorse e contesto) un intervento terapeutico, nel rispetto di tutte le variabili e dell’obiettivo.

Il saper essere delle Community rehabilitation workers.

Lo Staff di Simama CBR è composto da un pediatra, un terapista occupazionale, uno psicologo e un fisioterapista, a cui si affiancano sette CRW (Community rehabilitation worker, ndr). 

La figura del CRW, non presente nelle èquipe riabilitative italiane/europee, racchiude in sé i principi del programma CBR (Community Based Rehabilitation, ndr) e assume una valenza fondamentale in un contesto socio-culturale come quello tanzaniano. 

Le CRW sono per lo più persone locali, provenienti dai villaggi nei dintorni. Ricevono una formazione iniziale di circa sei mesi in centri o ospedali riabilitativi CBR di riferimento. Successivamente, la loro formazione teorica e pratica è continua, e avviene grazie a sessioni di insegnamento condotte dalle altre figure dell’equipe e/o mediante piani di formazione specifici, contingenti a progetti (ad es. epilessia, malnutrizione). La loro presenza è vivace e costante sia nei centri riabilitativi che nelle visite domiciliari. Sono soprattutto loro che mi attendono e mi guidano con tranquillità, sicurezza e gentilezza dalle strade principali (barabarani in swahili) ai sentieri dei villaggi, fino a giungere alle case dei bimbi. E quello che a me sembra un complesso labirinto, per loro risulta un percorso famigliare, spontaneo, facile. 

Mentre cammino, osservo e mi meraviglio della loro capacità di orientarsi in assenza di nomi di vie e di numeri civici. Nel corso delle home visit, le seguo ammirando la capacità di coinvolgere le persone del villaggio nella ricerca della casa di Mama Francis, alla quale dedicheremo una prima visita. Imito tutto ciò che fanno, poiché mi rendo presto conto che io, in tale contesto, non so come muovermi, relazionarmi, pormi: posso solo impararlo da loro pole pole (pian piano, con gradualità). Al contrario, la loro relazione con genitori e bimbi, è tutto un fluire spontaneo e brioso, ricco di semplicità, ascolto e reciprocità. 

Durante la mia breve permanenza a Mbeya, ho modo di assistere a quella che definirei una meravigliosa sintesi del ruolo delle CRW. Nella parte finale di una majumbani, si è verificato un momento davvero magico. Mentre la CRW Monica condivide e poi mostra alla mamma di Alfonsie come posizionare il bimbo nello standing, tra loro avviene la condivisione forse di un ricordo (intuisco), dal quale ha origine un coro, fatto di alternanza e sovrapposizioni armoniose delle loro voci. Al canto aggiungono vivaci gesti della mano destra o di entrambe. Seguo l’ondeggiare delle mani e i movimenti in alcuni casi direzionati verso l’alto, come a riprendere reciprocamente la battuta del canto, elevare il tono o mantenere il ritmo. Le osservo, sorpresa e commossa, mentre il piccolo Alfonsie, che è con me, si muove contentissimo del canto, ride fragorosamente e prova a unirsi al coro con dei vocalizzi. Lo scambio corale continua anche quando Alfonsie è posizionato nello standing; e quell’essere proteso nell’ascoltare e rispondere al canto di Monica gli permette di mantenere anche un assetto posturale più allineato e controllato. 

Osservando l’agire delle CRW e ascoltando la circolarità dei loro scambi con la famiglia si respira un loro armonioso saper essere, uno spontaneo saper stare con i genitori, elemento fondamentale ai fini della sensibilizzazione, promozione e generalizzazione dell’intervento riabilitativo in ambiente familiare. Le CRW ascoltano e domandano, mostrano e osservano, sollecitano e promuovono. Mettono in circolo fiducia e sanno letteralmente unirsi in canto con le famiglie. Ai miei occhi rappresentano perciò un perfetto anello di congiunzione tra la professionalità e la metodologia riabilitativa dei fisioterapisti e TO, e le più semplici e quotidiane esigenze delle famiglie di quei villaggi, che loro conoscono bene.

Valentina Collina, settembre 2022

Ringraziamo Valentina per aver preso una decisione così coraggiosa e generosa, per aver messo il suo tempo ancora una volta al servizio degli altri, e non da ultimo per aver raccontato il suo viaggio e descritto il suo stato d’animo senza paure. Torneremo a parlarvi di lei e di tutti quei ragazzi e quelle ragazze che con il Servizio Civile Universale scelgono di dare un senso diverso alla propria vita ma non sanno che stanno dando un significato diverso anche alla vita di tante altre persone.

Grazie Valentina!

Fare del bene fa bene: Wishraiser, un modo in più per sostenerci.

Wishraiser è una grande community italiana dedicata alle buone cause e alla raccolta fondi: con una donazione si può vincere!

I nostri bambini con disabilità e le loro famiglie hanno molte necessità e molti bisogni, per questo abbiamo pensato che Wishraiser potesse esserci di aiuto. 

Da qualche giorno, infatti, è attiva qui una campagna di raccolta fondi dedicata alle visite domiciliari che consentono a bimbi come Obedi, un bimbo di 10 anni che vive con la nonna nella città di Mbeya, di essere raggiunti direttamente a casa dagli operatori di uno dei nostri centri di riabilitazione più vicino, consentendo così di proseguire con il loro percorso riabilitativo, un percorso che non avrebbero mai più potuto fare.

Come Obedi tanti bimbi della città di Mbeya e di Dar Es Salaam sono impossibilitati a raggiungere i nostri centri; vivono in piccoli villaggi distanti, con strade per la maggior parte dissestate. Ricevere gli operatori dei centri Simama e A. Verna Kila SIku direttamente a casa resta l’unica soluzione.

Come funziona Wishraiser?

Con un piccolo contributo mensile, anche di soli 5€, si potranno garantire le visite domiciliari ai nostri bimbi e si partecipa automaticamente a estrazioni settimanali: infatti vince chi dona! Viaggi, tecnologia, sport, Arte e Cultura e il premio si può sceglierlo tra le diverse tipologie presenti. 

Il motto di Wishraiser è: Fare del bene fa bene, a chi riceve e anche a chi ne fa!

Di questo siamo profondamente convinti!

Importante:

Nessun esborso di denaro sarà sostenuto da parte del vincitore al fine della fruizione del premio.

Le donazioni sono sicure perché i dati dei donatori sono protetti dai più alti standard di sicurezza.

In ogni momento, il donatore è libero di disdire la donazione regolare attivata, continuando a partecipare alle estrazioni del mese in corso.

L’intero importo donato arriva a Comunità Solidali nel Mondo, al netto delle commissioni per la gestione dei pagamenti.

Importantissimo:

Con una donazione di 5€ al mese, per un anno, puoi garantire circa 16 visite domiciliari.

Con una donazione di 10€ al mese, per un anno, puoi garantire circa 28 visite domiciliari.

Con una donazione di 25€ al mese, per un anno, puoi garantire visite domiciliari per un anno a due bimbi.

Come associazione non vogliamo lasciare nulla di intentato. 

Siamo accanto ai nostri bimbi e loro famiglie ogni giorno. Per questo a volte ci sembra di non arrivare dove vorremmo e per questo ci impegniamo per trovare nuove strade e non perdere alcuna opportunità di garantire loro una vita migliore.

Foto di copertina: Marco Palombi.

Artigianato solidale: mamme e bambini uniti da un filo di solidarietà. 

Poter fare qualcosa per gli altri, per la propria famiglia, per la comunità in cui si vive e per sé. Sono tanti i motivi per cui parlarvi del progetto di artigianato solidale è, per noi, molto importante. È un progetto che coinvolge sia le mamme che i ragazzi con disabilità curati nei Centri di Riabilitazione e seguiti da Comunità Solidali nel Mondo, e che persegue diverse finalità.

Innanzitutto di inclusione ed emancipazione: con l’aiuto del Dipartimento Sociale, infatti, sono state individuate, a Mbeya, diverse famiglie in difficoltà con esperienza di cucito a mano e dal mese di settembre 2021 cinque mamme (Mama Prince, Mama Ginason, Mama Faith, Mama Clementi e Mama Enocko) lavorano con passione e competenza per realizzare tanti prodotti diversi. Nascono così grembiuli da indossare per preparare la cena, borse in cui riporre i libri preferiti, elastici per portare tra i capelli i colori del sole e delle terre d’Africa.

Le mamme, con il loro lavoro quotidiano, riescono a generare reddito per le loro famiglie e a sviluppare l’economia locale, sostenendo anche il Centro di Riabilitazione che segue i loro bimbi.

Inizialmente, il progetto era stato avviato dalle mamme di Inuka. Si chiamava Mikono Yetu che significa “le nostre mani” in swahili, la lingua nazionale della Tanzania, e le mani che si univano per realizzare i prodotti di artigianato locale erano appunto quelle delle mamme e dei ragazzi con disabilità che seguivano un percorso di riabilitazione.

Oggi il progetto di artigianato solidale di Mbeya si chiama Ujamaa che in swahili vuol dire Comunità, e questo nome suggerisce il senso profondo che lo anima, un senso di comunità e di vicinanza: insieme per creare qualcosa di concreto, il segno tangibile di un progetto costruito per donare nuovi significati al ruolo delle donne, anche in relazione agli altri membri della comunità appunto. Inoltre, in alcuni particolari momenti dedicati al cucito, alle cinque mamme sarte si aggiungono altre mamme di bambini con disabilità che frequentano i centri, che così possono imparare a cucire le stoffe locali, garantendosi un supporto economico.

Per saperne di più sul progetto, conoscere tutto il catalogo e acquistare il prodotti abbiamo creato una pagina dedicata che trovate qui.

Scegliere un oggetto di artigianato solidale significa riempire di colori e di sorrisi tante case e tante famiglie: la nostra, quella delle mamme sarte e quelle di tutti i bambini con disabilità curati nei centri in Tanzania, sostenendo nello stesso tempo dignità e futuro.

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