Servizio Civile Universale all’Estero
I progetti
Caschi Bianchi per l’inclusione delle persone con disabilità TANZANIA
8 operatori volontari in supporto dei nostri Centri di Riabilitazione CBR a Dar es Salaam e a Mbeya e 2 operatori volontari presso l’Ospedale di Ikelu, nella regione di Njombe
Caschi Bianchi per il sostegno all’inclusione degli orfani in COSTA D’AVORIO e TANZANIA
8 operatori volontari in supporto dei Centri Orfani nella regione di Njombe in Tanzania con Pamoya Onlus
Il Servizio Civile Universale all’estero con noi
Il Servizio con noi ti permette di metterti veramente a servizio dell’altro ed essere parte della comunità, di scoprire il mondo della cooperazione internazionale e di metterti in gioco in un contesto nuovo e stimolante, oltre ad..
Almeno 11 mesi di permanenza all’estero
Una vita comunitaria con la realtà locale di progetto e tra Operatori Volontari
Un corso intensivo di lingua Swahili

Dove potresti andare con ComSol?
Ragazzi e ragazze del Servizio Civile Universale possono mettersi alla prova e dare il loro contributo insieme alle realtà con cui collaboriamo ogni giorno in Tanzania:
- A Dar es Salaam attraverso Progamma Kila Siku
- A Mbeya attraverso Programma SIMAMA
- Nella Regione di Njombe (Ilembula, Ilunda e Ikelu) grazie al nostro partner Pamoya Onlus




Chi può candidarsi?
- ragazzi o una ragazze fra i 18 anni e i 28 anni (quindi al momento della presentazione della domanda devi aver compiuto 18 anni e non devi aver superato i 28 anni e 364 giorni);
- cittadini italiani oppure cittadini di uno degli altri Stati membri dell’Unione Europea, ovvero di un Paese extra UE regolarmente soggiornante in Italia;
- cittadini che non abbiano riportato condanne superiori a un anno in Italia o all’estero, per delitti non colposi o per reati specifici contro la persona o la sicurezza pubblica.
Perché fare un’esperienza in Africa?
Il Servizio Civile universale all’estero con Comunità Solidali nel Mondo è un’esperienza destinata a segnare positivamente la vita. Per i volontari che lo hanno vissuto in passato, il servizio è stato un’opera concreta di impegno civile, che ha aperto la mente e favorito il dialogo, permesso di scoprire le caratteristiche di altre culture.
È stato naturalmente alla base di nuove amicizie e si è rivelato una buona occasione per imparare i fondamentali di una lingua straniera. Di tutti i motivi per non farti sfuggire un’opportunità così unica, noi te ne sottolineiamo qui in particolare altri cinque, ai quali tu stesso puoi aggiungere i tuoi personali.
- Perché ciascuno di noi sta e vive dentro un sistema di valori e non può sottrarsi alla costruzione di una società che non discrimini e non emargini il più debole.
- Perché è una risposta concreta alla “globalizzazione” che ci rende più vicini fra noi e ci dà la consapevolezza che nessuno è estraneo al nostro sguardo. Rispetto a 50 anni fa nessuno può dire di non vedere il bisogno, che ci viene messo davanti in ogni momento: e oggi ad avere bisogno sono i due terzi dell’umanità, non una ristretta minoranza.
- Perché siamo cittadini italiani e l’art. 2 della nostra Costituzione afferma che “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo … e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. La Costituzione è il patto che unisce noi cittadini: la solidarietà è un elemento costitutivo della nostra identità di cittadine e cittadini.
- Perché è un’occasione per cercare una crescita umana e personale. La relazione fonda l’identità del soggetto, quindi di ciascuno di noi. E’ un elemento essenziale del nostro essere. Quando si vive in un contesto culturale differente dal proprio, quando si fa un’esperienza “esterna”, la relazione è sempre più ricca e sfidante e l’identità personale ne risulta rafforzata. E’ il sentirsi e l’essere “cittadini del mondo”.
- Perché in molti casi è coerente con la propria scelta professionale, e in ogni caso sempre e comunque permette l’acquisizione di competenze personali che sono sicuramente utili nel mondo del lavoro, quale che sia il mestiere e il campo scelto.



Samantha
Mettersi in viaggio, qualsiasi sia la destinazione, ci rende partecipi del moto perpetuo che gli esseri umani compiono da millenni. Per necessità, per divertimento o per voglia di scoperta c’è qualcosa che ci spinge ad andare oltre, a cercare altro, a cercare gli altri…

Mettersi in viaggio, qualsiasi sia la destinazione, ci rende partecipi del moto perpetuo che gli esseri umani compiono da millenni. Per necessità, per divertimento o per voglia di scoperta c’è qualcosa che ci spinge ad andare oltre, a cercare altro, a cercare gli altri. Questo pensiero mi ha accompagnato negli otto mesi che ho passato in Tanzania: la ricerca e l’ascolto del vissuto dell’altro e la voglia irrefrenabile di prenderne parte.
Atterrare a Dar es Salaam significa respirare l’aria calda e umida che offrono le grandi città che si affacciano sulla fascia tropicale degli oceani: un’aria molto diversa da quella fresca e pungente di Ilunda, nella regione degli altopiani meridionali, dove ho svolto servizio tra ospedale e centro orfani. Qui abbiamo avuto formazione specifica sulla cultura e la lingua del luogo: un tassello fondamentale per andare incontro a questi “altri” è proprio la conoscenza della storia e del presente della realtà che ci ospita. Passare un anno in un paese nuovo vuol dire sradicarsi, non tagliando le radici ma staccandole dalla terra che ci ha nutrito finora per lasciarle attecchire in altri luoghi con nutrimenti diversi che ci cambieranno per sempre.
Quello che ha nutrito me sono proprio i momenti di comunità nel villaggio che tanto anelavo, ricordi di un passato di bambina in un paesino con la stessa aria fresca ma nel tropico del Cancro.
Dei momenti più impattanti non ho fotografie, perché non sono instagrammabili i pranzi seduti sul tappeto sporco di riso, né i cambi pannolino con le mamme che se la ridono in sottofondo; e non si possono racchiudere in uno scatto le voci dei bambini che cantilenano il tuo nome quando passi davanti alla scuola o i saluti entusiasti delle donne e degli uomini del villaggio.
Cosa mi ha donato questo servizio civile? La gioia dei bambini quando ti vedono arrivare, la pazienza delle mamme in pediatria, la voglia di lavorare della sarta Teresia, la resilienza dei piccoli pazienti ustionati, l’ironia della mia amica Anastasia che lavora alla stazione dei bus, la serenità di Ayoub che vedendo un altro autista di bajaji impantanato si è fermato ad aiutare, l’accoglienza delle suore, la dolcezza di dada Maria che ci aiuta in casa ogni giorno, la meraviglia di Marta che vende le stoffe al mercato e ama vedere i risultati di ciò che realizzano le sarte, la lentezza giornaliera di fare tutto assaporandone ogni aspetto e senza l’ansia della perfezione, ma con l’entusiasmo di farlo sia per gli altri e, soprattutto, con loro.
Per me il regalo più bello, penso si sia capito, è stato dare un nome e un volto a questi tanto agognati altri. Nel farlo, mi sono resa conto che magari non cambierò il mondo, ma forse qualche sorriso posso strapparlo anche io come fanno loro con me.

Giorgia

Anche se delle volte ti trovi davanti a determinati fatti che non puoi controllare e che sono più grandi di te, ti rendi conto, anche se non hai fatto grandi cose (perché parliamoci chiaro: io non ne ho mai nemmeno sentito la necessità), che fai parte di questa grande macchina che è il Programma Simama, e questo basta già per sentirti parte di tutta la comunità e andare avanti. Una delle cose che da sempre mi ha colpito e mi ha lasciata davvero con poche parole è l’aspetto della sanità: qui ti curi solamente se hai del denaro, se hai la possibilità di farti un’assicurazione sanitaria, altrimenti è come se non stessi male.
Ho visto molte mamme e molti bambini essere aiutati, e solamente grazie al servizio civile ho potuto godere di questa emozione, di questa gioia enorme che ti ricorda cosa fai ogni giorno, perché sei qui e come tutto si muove. Alla fine a me basta sapere di fare parte di tutto questo, insieme a tutti gli operatori che non smettono di fermarsi per supportare tutti i bambini con disabilità.

Vincenzo

Ho deciso di partire con Comunità Solidali nel Mondo per l’impegno sincero e vivo che dedica ai volontari del servizio civile e ai progetti che ha avviato, senza mai risparmiarsi energia, tempo e sacrifici.
Credo che vivere un anno all’estero, in un gruppo, con degli obbiettivi da raggiungere, affrontando novità e difficoltà ogni giorno, conoscendo una cultura diversa dalla nostra, sia un’occasione unica che tutti coloro che ne hanno la possibilità dovrebbero provare e penso che il SCU sia il modo migliore per farlo.
Fare il fisioterapista in Tanzania significa affrontare nuove sfide ogni giorno, trovare soluzioni a problemi fino a quel momento impensabili. Fare quello che si può con quello che si ha.

Valentina

Osservare i bambini negli spazi in cui vivono e nei momenti della loro vita di ogni giorno, mi ha aiutata a comprendere bisogni e priorità riabilitative nel loro contesto. Accanto all’opportunità di crescita professionale, in questo breve periodo, ho ricevuto molto di più! Ogni volta che entravo nella casa di un bimbo, avvertivo di avere un grande privilegio: quello di poter conoscere davvero l’altro, nei suoi ritmi, nella sua quotidianità, nelle sue modalità di condividere gli spazi e di accogliere l’altro.
È capitato spesso, durante le domiciliari, che poi terminato l’incontro, le mamme ci accompagnassero per un lungo tratto di strada, anche le mamme con bimbi pesanti sulla schiena. Ed io, con i miei occhi occidentali, ogni volta dentro di me mi chiedevo fin dove ci avrebbero accompagnato e mi stupivo di tanto rispetto, accoglienza e riverenza. Loro facevano tutto ciò con spontaneità, calma e naturalezza.

Federica

Un’esperienza dettata dalla voglia di scoprire mondi lontani mettendomi in gioco in un ambiente diverso, e che ha gettato le basi per il mio ritorno in Africa, nel 2018, questa volta in qualità di cooperante di Comunità Solidali nel Mondo.
Avendo già conosciuto la realtà del posto, la sua bellezza e le sue difficoltà, al mio ritorno nel 2018 avevo nuove consapevolezze e per me si è trattato non più di un servizio, ma di un vero e proprio lavoro. Con la voglia di essere parte di un cambiamento che parte dai progetti e dalle attività dei centri di riabilitazione in Tanzania, ma che non potrebbe esistere senza il lavoro fatto in Italia dall’associazione nel sensibilizzare le persone sui temi della malnutrizione e della disabilità infantile.
Per noi avere risultati significa avere più bambini nei centri, un servizio riabilitativo di qualità, nuovi progetti e attività. Ma la cosa più importante sono i progressi dei bambini nei loro percorsi riabilitativi e la felicità dei loro genitori, che ne apprezzano l’abilità e non vedono più ciò che manca o ciò che non riescono a fare.
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