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“Non è solo un servizio in più”: la coprogettazione cambia tutto

“Non è solo un servizio in più”: la coprogettazione cambia tutto

20 Maggio 2026

Un mattino al Saint Francis Referral Hospital di Ifakara, il dottor Gingo convoca una riunione di tutto lo staff. Tono determinato, richiesta perentoria: i form relativi alle attività della clinica per l’epilessia devono essere consegnati settimanalmente e devono contenere numero delle visite effettuate, numero dei pazienti trattati, patologie rilevate, farmaci distribuiti. Tutto deve essere documentato, puntualmente.

E’ una richiesta che sorprende, perché in un contesto tanzaniano ottenere questi dati dagli operatori sanitari è sempre difficile: produrre costantemente i report viene ritenuto un “vezzo” dei bianchi, un’incomprensibile richiesta burocratica che – infatti – viene di solito evasa solo dopo insistenti appelli. Ma non questa volta. Non con il dottor Gingo.

Quando, per capire meglio, gli chiediamo il perché di questa sua iniziativa, il dottor Gingo è molto diretto: “Io ho capito il senso del progetto che abbiamo condiviso. Non è solo un servizio in più ai pazienti del nostro Ospedale, servizio che non riusciremmo ad offrire se non ci fossero le vostre risorse economiche. Questo è un modello di intervento efficace che noi abbiamo l’obbligo di offrire alle autorità governative tanzaniane perché il servizio di queste cliniche si moltiplichi in tutto il Paese. Senza i dati della nostra operatività non possiamo proporre nessun modello e non potremmo stimolare nessun intervento”.

Coprogettazione: dal “faccio-per” al “faccio-con”

Le parole e le azioni del dottor Gingo sono un esempio di cosa significhi nel concreto fare coprogettazione nella cooperazione internazionale, realizzando un modello operativo che definisce obiettivi di intervento chiari e condivisi. E’ quanto indicato al secondo punto del nostro Decalogo per una prassi della decolonizzazione, che vuole offrire indicazioni operative che permettano di promuovere un cambiamento reale nei rapporti fra organizzazioni del Nord e del Sud del mondo, per superare la logica dell’assistenza e costruire partnership paritarie.

Nel Decalogo si spiega che “l’efficacia e la sostenibilità delle iniziative di Cooperazione poggiano sull’identificazione congiunta di obiettivi chiari e condivisi di intervento” e che “coprogettazione o coprogrammazione dovrebbero diventare modelli operativi integrati”, che “impongono il superamento definitivo della logica ‘faccio-per’ a favore del ‘faccio-con’, garantendo che gli obiettivi di intervento siano chiari, realistici e profondamente condivisi con tutti i portatori di interesse, siano essi in loco che nelle agenzie finanziatrici”.

Tutto questo, nel concreto, significa che un progetto di cooperazione non può limitarsi a “fornire un servizio” che altrimenti non esisterebbe, ma deve costruire insieme ai partner locali un modello replicabile, sostenibile e riconosciuto dalle istituzioni del paese ospitante. La coprogettazione assicura che gli obiettivi rispondano ai bisogni e alle priorità autentiche, distribuendo il potere decisionale e contrastando la tendenza a rispondere primariamente alle agende dei finanziatori esterni.

Il programma Daima Mbele: epilessia come modello nazionale

Le parole del dottor Gingo si inseriscono all’interno del Programma Daima Mbele! – Sempre Avanti, finalizzato allo sviluppo di un protocollo di riferimento per la gestione dell’epilessia in Tanzania, in linea con il Piano Strategico Nazionale della Salute.Si tratta di un Programma di cooperazione internazionale avviato dentro un contesto che vede ancora oggi credenze molto radicate che attribuiscono la malattia dell’epilessia a spiegazioni non scientifiche quali punizione divina, possessione o maledizione familiare: in Tanzania (dove 1,2 milioni di persone con epilessia vivono senza accesso a diagnosi e senza cure adeguate) lo stigma è profondo e il gap fra bisogno e offerta di servizi è enorme.

Il Programma Daima Mbele, sostenuto da AICS, CEI e ComSol, ha creato tre cliniche per l’epilessia a Mbeya, Ifakara e Wangin’gombe per ampliare l’accesso alle cure e definire un modello replicabile a livello nazionale. Ha unito dotazioni tecniche adeguate, formazione con l’Università SFUCHAS di Ifakara che ha coinvolto oltre 200 operatori in 18 regioni, e una campagna di sensibilizzazione. Il Programma ha inoltre elaborato linee guida e protocolli clinici da proporre al Ministero della Salute tanzaniano.

Il ruolo della coprogettazione

E’ dentro questo complesso sistema che il dottor Gingo non si sente un “beneficiario passivo”, ma un coprogettista attivo. Ha compreso fin dall’inizio che il suo ruolo non è solo gestire una clinica finanziata dall’estero, ma diventare protagonista nella costruzione di un modello nazionale. Per questo insiste sui dati: perché senza dati rigorosi e sistematici, non può dimostrare al governo tanzaniano l’efficacia del modello e non può proporre la replicazione in altre regioni.

Per trasformare un servizio locale in una policy nazionale c’è bisogno di condividere il senso strategico del progetto: in quest’ottica il partner locale non esegue delle indicazioni ricevute dall’esterno, ma co-costruisce, è protagonista dell’intero progetto e promotore di un cambiamento nazionale. Questo diventa possibile proprio quando la coprogettazione è reale, non formale. Come nel caso del dottor Gingo e della clinica per l’epilessia di Ifakara.

Una sfida difficile: il caso del negozio UJAMAA

Non sempre, però, la coprogettazione funziona subito al meglio. E quando (purtroppo) emergono le difficoltà, esse sono comunque preziose, perché insegnano cosa non bisogna fare, o cosa bisogna fare meglio.

Il negozio dell’artigianato solidale UJAMAA di Mbeya è nato con l’intento di dare sviluppo al lavoro di un gruppo di mamme di bambini con disabilità che frequentano i Centri SIMAMA: donne che avevano partecipato a corsi di sartoria e avviato un percorso di formazione imprenditoriale. L’idea era quella di creare una piccola attività economica autonoma, capace di generare reddito e dignità. Tuttavia, il negozio non è decollato come sperato. La criticità principale è stata la difficoltà a comprendere pienamente la necessità di una reale auto-imprenditorialità in autonomia. Il gruppo ha faticato molto a sganciarsi dalla sicurezza rappresentata dal finanziamento della ONG europea, incontrando difficoltà nella ricerca di canali di vendita locali, nella creazione di una clientela stabile e nella gestione autonoma di magazzino e contabilità. Involontariamente, si è andati incontro così al rischio di riprodurre una dipendenza strutturale, invece di promuovere empowerment reale. E’ stato quindi necessario riformulare l’intervento, insieme a tutto il gruppo UJAMAA, così da indirizzare gli sforzi verso opportunità concrete e condivise in grado di garantire la continuità e la sostenibilità del programma.

Guardando indietro nel tempo, probabilmente una fase di accompagnamento più paziente alla gestione economica autonoma e un più deciso chiarimento sui tempi e sulle condizioni del ritiro graduale del supporto esterno avrebbe reso meno complesso il lavoro compiuto. Questo esempio, del resto, dimostra che la coprogettazione non è un evento puntuale, ma un processo continuo di allineamento e ri-negoziazione degli obiettivi, soprattutto nelle fasi di transizione verso l’autonomia.

La coprogettazione reale genera cambiamento

Dall’esperienza positiva di Ifakara e dalle difficoltà di UJAMAA emerge l’importanza di una strategia condivisa: bisogna sapere non solo cosa fare ma perché lo si fa e lo si fa in quel modo, e quale impatto si vuole generare a lungo termine e quale ruolo devono assumere i partner locali. Il che richiede che essi abbiano voce in capitolo nelle scelte strategiche (obiettivi, modalità operative, priorità, budget, tempi) e che sia valorizzato il capitale culturale e legislativo esistente. Dal lato della ONG, tutto questo vuol dire rinunciare al controllo unilaterale, preparando un accompagnamento paziente verso l’autonomia e coinvolgendo le autorità locali fin dal principio, non per ottenere “permessi” o “autorizzazioni” ma per costruire insieme un percorso di policy che sopravviva al progetto.

Il dottor Gingo che insiste sui dati perché vuole proporre un modello al governo e le mamme di UJAMAA che continuano a camminare verso l’autoimprenditorialità sono due facce della stessa sfida: costruire partnership paritarie, dove il potere decisionale è condiviso e l’obiettivo finale non è “fare un bel progetto”, ma generare cambiamento sostenibile e protagonismo locale.


Questo articolo è parte di un percorso a tappe sul “Decalogo per decolonizzare la cooperazione”: dieci appuntamenti per cambiare prospettiva ed essere protagonisti di una cooperazione equa e paritaria tra Nord e Sud del mondo.


Il Decalogo completo
Decalogo per decolonizzare la cooperazione

Il punto 1 spiegato nel concreto.
“Se accetti lo swahili, accetti la Tanzania”: perché la lingua è il primo atto di cooperazione

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