
Il nostro Natale: costruire comunità ogni giorno
C’è una parola che in questi giorni viene spontaneamente all’attenzione di tutti: comunità. La si evoca nei discorsi, nei brindisi, nelle luci del tempo di Natale. Per noi di Comunità Solidali nel Mondo questo non è un tema stagionale: è la sostanza stessa del nostro impegno, e non a caso quella parola è scritta dentro il nostro stesso nome, ad indicare la direzione verso cui tutto il nostro lavoro è orientato.
Non è un caso che chi entra a far parte del mondo di ComSol avverta immediatamente questa particolarità. Le ragazze e i ragazzi impegnati nel Servizio Civile Universale e nei Corpi Civili di Pace lo riportano ogni anno: più che un progetto, trovano una comunità che li accoglie. Il modo di lavorare, che mette al centro le relazioni, la corresponsabilità e la cura reciproca, risalta in modo evidente, restituendo ai giovani una modalità naturale di interazione con la popolazione.
Vivere il senso di comunità: l’esperienza dei nostri operatori civilisti
Un chiaro esempio di tutto questo ci è arrivato di recente da Elena Berardengo, Elisabetta Marchese e Serena Bonadiman, le operatrici volontarie del Servizio Civile Universale che in questi mesi vivono a Ilembula, in Tanzania. Il senso di comunità si respira ogni giorno, a quelle latitudini, e fin dalle prime occasioni di incontro. Raccontano le ragazze della prima volta in cui sono entrate nelle casette del Centro orfani, dove bambini e mamme condividono tutto, dagli spazi, al cibo, ai lavori domestici: “Alla fine della cena – ci dicono – tutti i bambini sono usciti in cortile per lavare i piatti: ognuno ha lavato il proprio piatto, con l’attenzione dei più grandi a pulire anche quelli dei più piccoli. Solo quando hanno finito le pulizie, sono rientrati per giocare. Sul momento tutto ciò ci è sembrato strano perché non eravamo ancora entrate nelle dinamiche delle casette”. Non era disciplina: era comunità.
Stessa impressione anche quando le ragazze hanno provato a cucinare l’ugali (un piatto tipico locale, simile ad una polenta), trovandosi però in difficoltà nella preparazione: le mamme tanzaniane hanno interrotto il loro lavoro per aiutarle, con pazienza e gentilezza e “alla fine ci hanno anche ringraziate per aver provato ad avvicinarci alla loro cultura”, affermano. Nei giorni successivi, poi, le ragazze italiane hanno ricambiato con piadine, biscotti, pizza: “Sono stati bei momenti per fermarci a chiacchierare con loro”. Momenti di incontro, di scambio e di familiarità che ritroviamo anche nell’esperienza di chi è impegnato anche nei contesti a Mbeya e Dar es Salaam.
Come quelli che si vivono anche “con i bambini che bussano alla porta per aiutare a cucinare, a lavare i piatti, a portare secchi d’acqua”. O con quelli che corrono incontro quando le ragazze tornano dal mercato, pronti a prendere zaini, borse, felpe, borracce, “e quante più cose possono tenere in mano, anche se sono più grandi di loro. Anche questo è stato inaspettato e ci ha fatte sentire accolte da quando abbiamo messo piede nel Centro”, sottolineano le ragazze italiane.
Un’accoglienza piena, quindi, che si vive ogni volta che ci si reca al mercato più vicino. “Quando chiediamo un prodotto a una bancarella, se la signora non ce l’ha chiede alle bancarelle vicine e ci accompagna da qualcuno che ce l’ha. La stessa cosa succede quando non hanno il resto: chiedono ai vicini, che cambiano o anticipano i soldi. Alcune volte ci ritroviamo ad aiutare a sbucciare i piselli la signora che ce li vende, chiacchierando con lei e con altre persone che passano facendo la spesa e ogni tanto si fermano ad aiutare. All’inizio siamo rimaste colpite dal fatto che la concorrenza a cui siamo abituate sia sostituita dall’aiuto reciproco e dalla collaborazione”. Anche in questo caso, l’esperienza concreta di essere parte di una comunità.
L’impegno per una cooperazione decolonizzata, davvero radicata nelle comunità.
Quello che accade a Ilembula non è diverso da ciò che Comunità Solidali nel Mondo costruisce ogni giorno. La centralità della comunità racconta il modo in cui immaginiamo la cooperazione internazionale e la facciamo ogni giorno: non con interventi calati dall’alto, non con soluzioni importate e imposte, o con progetti che parlano più di chi li finanzia che di chi li vive. La nostra cooperazione internazionale è quella che si fa con le persone, non sulle persone.
È lo spirito che abbiamo messo nel nostro Decalogo per decolonizzare la cooperazione: un impegno a spostare il baricentro, a riconoscere che la conoscenza nasce dai territori, che le comunità locali non sono beneficiarie ma protagoniste, che la lentezza è una forma di rispetto, che la cura è un atto politico, che la reciprocità è l’unico modo per non riprodurre disuguaglianze. Il Decalogo ci ricorda che la cooperazione non è portare qualcosa “là dove manca”, ma costruire insieme ciò che serve, con ascolto, responsabilità condivisa e relazioni paritarie. Per questo, quando parliamo di comunità, non parliamo di qualcosa di astratto ma di un modo di stare nel mondo e di un metodo che guida ogni scelta.
Il nostro Natale, che è lungo un anno
E questo è, inevitabilmente, anche il cuore del nostro Natale. Una festa che diventa per tutti l’occasione di manifestare un impegno che non dura pochi giorni, ma un anno intero. Cioè presenza costante, concreta e stabile.

In Tanzania, i nostri Centri SIMAMA a Mbeya e Antonia Verna a Dar es Salaam, sono diventati spazi che accolgono, che scaldano e che accompagnano. Luoghi dove nessuno resta da solo e dove tutti meritano la stessa attenzione. Da questo Natale, poi, l’attenzione si allarga anche alle necessità legate alla salute mentale, con l’apertura di sportelli di ascolto psicologico e di percorsi di sostegno dedicati ad ogni membro della comunità.
È questo il nostro Natale: un invito a costruire comunità ogni giorno, non solo quando lo dice il calendario. Perché la cura non è un gesto isolato: è un percorso condiviso. E perché, davvero, insieme ogni giorno costruiamo cura.
Partecipa anche tu a questo percorso di comunità.

