
Quello che c’è già. Partire dalle pratiche locali per fare cooperazione
Non l’organizzare, il pianificare, l’agire. Prima ancora di tutto ciò, uno dei passaggi fondamentali per poter fare una buona cooperazione allo sviluppo è ascoltare, osservare, studiare, comprendere. Imparare, in particolare, come la popolazione locale pensa e percepisce le cose: capire come, a quella diversa latitudine, viene visto il mondo.
Per un’organizzazione come la nostra, impegnata primariamente nell’ambito della salute pubblica, della riabilitazione e della cura, questo ha significato (e significa ancora) entrare dentro la cultura della Tanzania, per comprendere non solo la lingua swahili, ma i ritmi stessi della comunità. Imparare come vengono percepite la malattia, la disabilità, la guarigione. Sapere se e quali sono i “dottori” a cui la gente tradizionalmente si rivolge, per conoscere le pratiche già esistenti, i sistemi di cura già operativi e le credenze che guidano le scelte delle famiglie. Oltre, naturalmente, a quanto la legislazione locale ha già cristallizzato in norme e regolamenti.
Tutto questo apprendimento non è qualcosa di marginale, ma il fondamento stesso di una cooperazione rispettosa.
Il punto 3 del Decalogo: “Conoscenza delle prassi in atto”
Il Decalogo per una prassi della decolonizzazione della cooperazione, elaborato nei mesi scorsi per accompagnare in modo operativo una riflessione sul modo di fare cooperazione nel Sud del Mondo, sottolinea al punto 3 proprio la “conoscenza delle prassi in atto sui temi e le attività che si intendono avviare attraverso i progetti”. Significa che, se alla base c’è – come dovrebbe esserci – il pieno rispetto della cultura locale, allora ciò deve necessariamente sfociare nella volontà di conoscere che cosa ci sia di avviato sui temi e sui problemi che si vogliono affrontare con l’intervento di cooperazione internazionale. Ogni iniziativa, cioè, deve partire da un’analisi partecipata dei bisogni e delle potenzialità locali. E le comunità devono essere coinvolte sin dalle prime fasi di ideazione, non solo come beneficiarie, ma come protagoniste nella definizione delle priorità e delle strategie d’intervento.
Non è una cosa ovvia. Accade ancora oggi che la conoscenza delle prassi locali già in atto, della cultura, del contesto normativo e dei sistemi di cura e guarigione che la comunità conosce e pratica, non vengano percepite come necessarie e imprescindibili. In ancora troppo numerose circostanze, l’organizzazione internazionale giunge nel paese scelto con un progetto già definito, con metodologie già stabilite e con soluzioni già identificate, che al più vengono “adattate” al contesto locale. La conoscenza del background sociale e culturale è generico e il bisogno al quale l’intervento deve rispondere viene identificato a partire da pensieri e categorie tipicamente occidentali, e per questo spesso lontane dalla sensibilità locale. Il Decalogo propone il percorso opposto: si parte proprio dalla conoscenza delle prassi locali, e da lì discende tutto il resto.
Oltre la legislazione: le pratiche culturali e i guaritori tradizionali
Il dato di partenza di qualsiasi intervento di cooperazione internazionale è quindi comprendere come il Paese ospitante già funziona nel settore in cui si intende intervenire. Prendiamo l’esempio della nostra attività nell’ambito della disabilità e della salute mentale: in Tanzania esistono sistemi di cura legati a credenze spirituali che sono profondamente radicate nella comunità. Le famiglie operano cioè dentro un sistema di significati e cure già consolidato.
La figura del guaritore tradizionale (quello che noi chiamiamo “stregone”) gode di un’autorevolezza spesso superiore a quella dei medici e dei clinici. Tutto questo ha una sua coerenza: nella cultura “bantu” alcuni disturbi sono interpretati come effetto della presenza di uno spirito, che può mandare un influsso negativo (afflizione) o possedere il corpo del paziente (possessione). Lo stregone/curatore, secondo questa visione, possiede le competenze per intervenire su questa dimensione spirituale, e quindi mantiene una sua credibilità e autorevolezza.
Per i genitori di bambini con epilessia, il ricorso a queste figure è pienamente coerente con la propria comprensione della realtà. Bisogna essere attenti dunque a non colpevolizzare le mamme e i papà: liquidare questi tentativi come “superstizione da combattere” rischia di essere non solo irrispettoso, ma controproducente perché allontana i genitori e distrugge la fiducia.
L’approccio scientifico naturalmente, lo sappiamo bene, è essenziale e deve essere promosso, ma nel farlo occorre tenere conto che attraverso questi sistemi tradizionali le persone si prendono cura l’una dell’altra, si ritengono protette, si sentono ascoltate. Il ricorso a questi soggetti è una scelta culturale coerente con il modo in cui la comunità legittima la cura. Laddove opportuno, allora, non bisogna avere paura di contattare e incontrare i guaritori tradizionali, perché è anche nel loro interesse re-indirizzare nei centri specializzati (dove vengono effettuate diagnosi scientifiche e prescritte le medicine “dei bianchi”) le persone che si rivolgono a loro. In questo modo anch’essi “partecipano” – in modo indiretto come invianti – all’efficacia della cura.
Più in generale, sappiamo che in Tanzania la disabilità permane come un elemento di stigma: molti bambini e le loro famiglie sono discriminati proprio a motivo della loro disabilità. La scelta di adottare, nel nostro intervento di cooperazione internazionale, il metodo della RBC – la Riabilitazione su Base Comunitaria – ha avuto il grande vantaggio di valorizzare i legami sia del clan familiare sia del villaggio nel percorso di inclusione sociale della famiglia e della persona con disabilità. Si sono ottenuti risultati, e lo si è fatto valorizzando un pilastro della cultura locale.
La vera decolonizzazione, insomma, inizia dal riconoscimento che il Paese ospitante ha già strumenti, ha già conoscenze, ha già pratiche in atto. La formazione degli operatori locali è essenziale: loro riconoscono quando è appropriato lavorare accanto ai guaritori tradizionali, quando spiegare le differenze fra credenze e cause mediche accertate, e come costruire un sistema di cura integrato che non nega la cultura locale ma vi si inserisce dentro.
La sfida concreta: legislazione e prassi insieme
Questa modalità di approccio non è una cosa che si fa una volta sola, all’inizio. È un processo continuo, perché le pratiche evolvono, le esigenze cambiano, le credenze si mescolano con nuove conoscenze. La cooperazione autentica richiede allora di stare in un ascolto costante, evitando forme di colonialismo culturale che rischiano di essere percepite come una nuova imposizione di valori e di norme.
E’ un approccio che si riconosce anche nelle piccole cose e che è molto più importante di quanto possa sembrare. Un semplice episodio può aiutare a comprendere tutto ciò. In molti paesi dell’Africa subsahariana (fra questi la Tanzania e il Kenya) è prassi consolidata la presenza di un familiare che accompagna in Ospedale la persona malata: per l’assistenza fisica, per la preparazione dei pasti, per il supporto relazionale nei momenti difficili e di prova. L’organizzazione degli ospedali, conseguentemente, prevede questa presenza essenziale e preziosa. Tempo addietro, lo ricordiamo con un certo imbarazzo, nel corso di una conferenza in ambito medico, un’infermiera pediatrica italiana che, col permesso della struttura sanitaria in cui era assunta, aveva svolto una missione per tre mesi in un importante ospedale del Kenya, si vantava di essere riuscita a lasciare fuori dal reparto pediatrico le mamme dei bambini ricoverati a motivo di una maggiore igiene nel reparto. Per lei tutto ciò costituiva un passo avanti, ma in quel contesto ciò rappresentava quanto di più inappropriato si potesse anche solo immaginare…
La scelta di usare la metodologia della riabilitazione su base comunitaria si comprende proprio a partire dal fatto che essa prende avvio e valorizza un elemento culturale cruciale, che è quello del profondo senso di comunità che lega l’intero villaggio. Non si tratta dunque, agendo in questo modo, di operare semplicemente un “adattamento” alla cultura africana, ma di riconoscere che l’elemento della relazione sociale è costitutivo di queste popolazioni: non è un dettaglio opzionale, è il centro dell’intervento. E questo senso di comunità, peraltro, contiene insegnamenti preziosi anche per l’Occidente.


