
La qualità non è un lusso: perché puntare all’eccellenza
“Meglio qualcosa che il nulla”. Quando nella cooperazione internazionale si opera in contesti dove le risorse sono scarse e i bisogni sono urgenti, può capitare in perfetta buona fede di arrivare a pensare che rendere disponibile un servizio, anche in modo approssimativo, sia comunque meglio che lasciare una situazione in cui non esiste alcun supporto. Ad esempio, riferendosi al tema dei servizi di riabilitazione destinati a minori e adulti con disabilità, si può dire: “In questo Paese mancano completamente dei servizi di riabilitazione. Se ne offriamo uno, anche se mediocre, almeno avremo fatto qualcosa. Meglio che il nulla”.
È un ragionamento che suona sensato, ma è anche completamente sbagliato. Un servizio mediocre e approssimativo, infatti, porta con sé dei rischi altissimi: normalizza la mediocrità, crea strutture che non sono in grado di autosostenersi, trasmette alle istituzioni locali il messaggio che ci si può accontentare di operare in modo superficiale, e soprattutto non rispetta fino in fondo i beneficiari stessi. Una buona cooperazione internazionale non agisce con la convinzione che qualcosa sia meglio di nulla: agisce invece per offrire servizi di alta qualità e generare un impatto sociale che sia misurabile e duraturo.
Servizi di alta qualità: il Decalogo
Questo tema è affrontato nel Decalogo per una prassi della decolonizzazione della cooperazione, elaborato nei mesi scorsi per accompagnare in modo operativo una riflessione sul modo di fare cooperazione nel Sud del Mondo. Il punto 4 indica proprio l’importanza di “offrire servizi di alta qualità per generare un impatto sociale misurabile”. Viene spiegato che la carenza di servizi e la difficoltà di rispondere adeguatamente ai bisogni essenziali dei cittadini del Paese nel quale si opera fa correre il rischio di costruire servizi approssimativi, organizzati sommariamente con la convinzione che “meglio qualcosa che il nulla”. Ciò però “non è corretto: puntare alla qualità dei servizi significa rispetto dei beneficiari e al tempo stesso, capacità di produrre cambiamenti significativi e duraturi nella vita delle persone. Valutare l’impatto sociale consente di comprendere se e come le attività realizzate contribuiscano realmente ai risultati attesi offrendo un modello di intervento che può essere moltiplicato sul territorio per rispondere in modo più efficace ai bisogni rilevati”.
La qualità che attrae le Istituzioni: il caso Wanging’ombe
Un chiaro esempio di tutto ciò viene, nella nostra esperienza, dal Centro di Riabilitazione INUKA di Wanging’ombe, nella regione di Njombe in Tanzania, che fin dall’inizio ha voluto offrire servizi di alta qualità. Quando chiedemmo alle istituzioni tanzaniane di inviare professionisti locali con la formula del “distacco” (una forma di trasferimento temporaneo che mantiene l’impiego presso la pubblica amministrazione, ma permette ai professionisti sanitari di operare presso un’altra struttura), la risposta del governo regionale di Njombe fu positiva.
La richiesta di INUKA fu accolta per tre ragioni precise, ognuna delle quali dice qualcosa di utile sul modo di fare cooperazione internazionale. Anzitutto, il modello operativo di INUKA faceva esplicito riferimento al “Disability Act del 2010”, la legge quadro della Tanzania sulla disabilità. Il nostro non era un centro che operava secondo logiche esterne imposte, ma a partire dal quadro normativo locale. Per l’istituzione pubblica ciò rappresentava il segnale che si trattava di una partnership seria. In secondo luogo, INUKA voleva offrire un servizio di alta qualità valorizzando l’esperienza e le competenze italiane messe a disposizione in modo trasparente. In terzo luogo INUKA spiegava che per garantire la continuità di un servizio essenziale ai cittadini tanzaniani con disabilità era necessario l’impegno diretto delle istituzioni tanzaniane: prima ancora della cooperazione internazionale erano le istituzioni locali che avevano il dovere di garantire il diritto all’accesso ai servizi sanitari. Era un invito alla responsabilizzazione, e al tempo stesso un profondo rispetto della sovranità statale.
A seguito di quella richiesta, dunque, il Governo regionale inviò due fisioterapisti da un ospedale statale. Inizialmente, la loro presenza in un centro gestito da un organismo privato (nel nostro caso la Diocesi cattolica di Njombe) non fu affatto facile: l’efficienza e l’efficacia che qui veniva ricercata, unita alla richiesta di forte impegno nel servizio, in molti casi confliggevano con lo stile di lavoro – sicuramente meno “severo” – degli ospedali statali. Così i fisioterapisti si chiedevano, perplessi, perché dovessero garantire 8 terapie di fisioterapia al giorno quando nell’ospedale pubblico ne facevano solo tre o quattro. Gradualmente, essi compresero che la richiesta di maggiore qualità ed efficienza non era una forma di controllo, ma una forma di rispetto verso i pazienti e verso loro stessi, protagonisti di un lavoro che funzionava e portava risultati.
I frutti di un cammino
Nel medio periodo, l’approccio scelto ha dato i suoi frutti. Il Centro di riabilitazione INUKA è stato infatti valorizzato dal Ministero della Salute come il primo ospedale della riabilitazione della Tanzania e oggi i fisioterapisti in distacco sono arrivati ad essere sette: un bel riconoscimento, e al tempo stesso la controprova di essersi mossi nella giusta direzione. Soprattutto, questo è un modello che può essere replicato e sottolinea che un’alta qualità dei servizi non è un lusso o un privilegio ma un diritto universale che può essere raggiunto anche in contesti non semplici. In definitiva la cooperazione internazionale non deve accontentarsi di interventi mediocri, ma puntare sempre ad una qualità alta in un’ottica di autonomia e sostenibilità.


