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Dove va la cooperazione?

Dove va la cooperazione?

20 Agosto 2025

E’ un taglio pressoché totale che avrà ripercussioni umanitarie di grande rilievo e che non può lasciare indifferenti tutti coloro che si occupano di cooperazione internazionale: la decisione presa alcuni mesi fa dall’amministrazione Trump di ridurre drasticamente i fondi destinati a UsAid (United States Agency for International Development), l’agenzia governativa statunitense che si occupa della gestione degli aiuti internazionali, rappresenta uno dei più significativi cambiamenti nella politica estera e umanitaria degli Stati Uniti negli ultimi decenni.

Il taglio si è concretizzato nella cancellazione del 92% dei fondi USA destinati finora alla promozione dello sviluppo economico e alla fornitura di assistenza umanitaria, con azioni svolte in oltre 130 Paesi del mondo: l’impatto della decisione del presidente Trump è stato tradotto nella cancellazione di oltre 5.800 progetti, con ovvie (e sovente drammatiche) ripercussioni sui Paesi più vulnerabili. Molti progetti riguardavano infatti la prevenzione di malattie infettive, la distribuzione di vaccini e il rafforzamento dei sistemi sanitari: il loro stop avrà comunque conseguenze significative sulle popolazioni, anche considerando il fatto che non è chiaro se e quanto altri attori globali (Unione Europea, Canada, Cina e altri) potranno impegnarsi nella promozione di ulteriori investimenti in tema di cooperazione internazionale. E soprattutto: non è solo questione di quante risorse monetarie sono disponibili, ma di quale tipo di cooperazione viene realmente svolta.

Sulla questione, di seguito riportiamo la riflessione del presidente di Comunità Solidali nel Mondo, pubblicata nell’ultimo numero di INUKA.

Il profitto e la solidarietà

Chi, come noi, opera nel Sud del mondo ha accolto con forte preoccupazione il taglio di 54 miliardi di dollari nel bilancio di UsAid,  agenzia per la cooperazione internazionale: tale somma rappresenta il 43% del bilancio mondiale degli aiuti umanitari. Il rappresentante USA all’Assemblea generale dell’ONU ha pure annunciato  che “gli Stati Uniti rifiutano e denunciano l’agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile”. 

Ma non è solo Trump a imprimere una svolta autocratica alle relazioni internazionali: anche alcuni Eurodeputati del Partito Popolare Europeo hanno messo in discussione la legittimità delle organizzazioni della società civile impegnate per il diritto all’ambiente sano, chiedendone l’esclusione dai finanziamenti europei. È chiaro il loro tentativo di concentrare l’attenzione sui problemi interni dei propri Paesi (“Prima casa nostra!”) e di assimilare l’impegno civico alle attività profit, a vantaggio di queste ultime. 

È ciò che sta avvenendo per il piano Mattei: le organizzazioni della società civile rischiano di essere considerate insignificanti, a favore di soggetti economici che guardano al proprio tornaconto, a discapito di criteri di solidarietà.

Ma chi, come noi, è presente nei Paesi di Sud globale, si accorge di un fenomeno altrettanto significativo: numerosi rappresentanti della società civile africana, sfiduciati dalle classi politiche corrotte promuovono associazioni che nascono dal basso, nei villaggi e nei quartieri delle metropoli: nuovi soggetti che si autorganizzano per rivendicare i propri diritti, promuovere piccole attività imprenditoriali, rispondere ai bisogni sanitari ed economici.

Anche da loro dobbiamo imparare: continuare a operare come membri della società civile significa non solo dare risposte efficaci ai bisogni (aumentati!) dei non tutelati, ma costituisce un baluardo della democrazia e della partecipazione dei cittadini contro un potere che schiaccia i deboli e annulla chi non si allinea obbediente.


(foto in copertina: USAID US Agency for International Development)

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