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Quando la Tanzania diventa un po’ casa

Quando la Tanzania diventa un po’ casa

24 Agosto 2026

C’è un momento in cui avviene qualcosa che cambia la prospettiva dello stare in un luogo. Per Chiara Zaniol, operatrice del Servizio Civile Universale SCU 2025/26 impegnata a Ilunda, nella regione sud occidentale di Njombe in Tanzania, questo momento arriva una mattina nella classe di un asilo, subito dopo aver posato sul tappeto alcune scatole di giochi, scatenando l’entusiasmo dei bambini.

“Lo spazio – racconta Chiara – si riempie all’istante di grida di felicità. “Chiara, angalia!” (Chiara, guarda!), mi chiama Daines lanciando una macchinina verso la parete. “Chiara! Chiara? Angaliaaaa”, mi urla Morini mostrandomi la casa che ha costruito dall’altra parte della stanza. Il mio sguardo si sposta come una pallina da ping pong, cercando di non perdersi nessuna chiamata, fino a quando si posa su July, una bambina di 3 anni, che si è arrampicata su una sedia per raggiungere la lavagna. “Chiara angalia, ninaandika jina yako” (Chiara guarda, scrivo il tuo nome), mi dice con orgoglio.

E mentre osservo la sua mano tracciare il mio nome, non riesco a fare a meno di commuovermi nel pensare a ciascuno di questi piccoli esseri umani che chiede una sola cosa: essere visto e riconosciuto. Finita la sua opera July scende dalla sedia e si avvicina per giocare con i miei capelli, ma subito si ferma indicando i miei occhi: “Machouzi”, mi dice. Non capisco cosa mi stia dicendo, questa parola mi è nuova, ma intuisco che possa significare “lacrime” come confermerà poco più tardi il vocabolario. È la prima volta che uno dei bambini si accorge della mia lacrima facile, ma non mi chiede di più, sorride e passa al gioco successivo. Dopo quattro mesi di servizio, posso finalmente dire di conoscere il nome di ciascun bambino e ciascuna bambina del centro, e nel celebrare questo piccolo ma fondamentale obiettivo raggiunto, non posso fare a meno di pensare all’importanza di essere chiamati per nome, di essere riconosciuti. Da bambini quanto da adulti”.

E’ stato questo, per Chiara, il momento in cui è apparso evidente che il tempo trascorso in Tanzania è in definitiva il tempo di un incontro. Non con le strutture, non con i servizi, ma con le persone. Chiara è arrivata in Tanzania attraverso il Servizio Civile Universale, nell’ambito del progetto Caschi Bianchi, un progetto di Comunità Solidali nel Mondo dedicato al sostegno e all’inclusione degli orfani. È dentro le attività e la quotidianità delle realtà locali con cui Comunità Solidali collabora che, giorno dopo giorno, il suo servizio è diventato soprattutto relazione. Un filo che si è dipanato nella quotidianità, fatta di cose semplici e soprattutto di volti incontrati e conosciuti.

Lo aveva già intuito qualche tempo prima, guardando fuori dal finestrino del pulmino: “Mi sento quasi sollevata nel realizzare che ho praticamente dimenticato quale sia stata la mia quotidianità “prima”. Mi sono immersa in un mondo sconosciuto con estrema facilità, mi sono sentita a casa fin da subito: nel posto giusto al momento giusto. E questo grazie a una serie di poche semplici cose, ma soprattutto grazie alle persone che ci girano intorno, come piccoli satelliti che scandiscono la mia nuova quotidianità”.

In questo vivere quotidiano, ci sono anche incontri fugaci che però sanno essere profondi e risuonano nella mente e nel cuore.

I volti di un paese che entra nel cuore

C’è Falagia, una signora di 74 anni vista a Iringa già in altre occasioni. “E’ abilissima nel fare con le sue mani dei cestini intrecciati di paglia, che poi vende per strada. Non prima di averti chiesto chi sei e da dove vieni. Si è fissata così tanto con il mio nome che per convincerci ad acquistarli improvvisa una canzoncina semplice ma efficace: “Chiara, nunue!” (Chiara, compra!) – ripete a iosa con voce gioiosa. Ne acquistiamo due e si allontana riprendendo a cantare il suo jingle pubblicitario. Qualche dopo giorno, all’ennesimo incontro iniziato con la canzoncina, iniziamo un’altra conversazione, questa volta più lunga, nella quale ad un certo punto mi chiede curiosa: “Cosa significa il tuo nome in italiano?”. Non riesco a spiegarmi bene in swahili, allora lei prende la situazione in mano e mi racconta che il suo nome significa furaha (Felicità). Con lei e le altre ragazze intoniamo l’ormai famoso jingle, a suon di grandi risate. Mai nome fu più azzeccato”.

Goodrack è l’autista di bajaji che nei loro giorni di permesso accompagna sempre Chiara e le altre volontarie verso la stazione dei bus. “Gli raccontiamo che siamo volontarie a Ilunda e lui si apre e ci racconta la sua storia: dopo aver perso la mamma quando era bambino, è cresciuto in un orfanotrofio non lontano da Iringa. “Nessuno mi ha mai aiutato, nemmeno quando sono stato male per il troppo alcool”. Negli ultimi anni, dopo aver avuto il coraggio di distaccarsi dal brutto giro di amici, ha fatto un po’ di lavori per potersi pagare una casa e l’affitto del bajiaji su cui ci troviamo. Tra le varie occupazioni ci racconta che fino a poco tempo prima faceva il raccoglitore e trasportatore di legna. Arrivati allo stand dei bus, dopo averlo pagato, gli auguro buona fortuna”.

Ema è una guida turistica a Iringa. “Quando la conosciamo, in cima al ‘Gangilonga rock’ ci tiene a farci sapere orgogliosa che è l’unica guida donna in città. Appena capisce che parliamo swahili inizia a farci tantissime domande. Senza che glielo chiediamo esplicitamente anche lei comincia a raccontarci la sua storia: orfana, cresciuta sotto l’ala di una ‘sorella’ più grande. “È da lei che ho avuto l’ispirazione di diventare una guida”. Nel dirlo si commuove ma, per nascondere le lacrime, si allontana momentaneamente. Poi torna scusandosi. Anche noi ci siamo commosse”.

Maria è colei che prepara colazione, pranzo e cena a Ilunda. “Ogni tanto, mentre io sono intenta a fare altro, la sento in sottofondo intonare una melodia: canta mentre impasta il pane, canta mentre mescola la zuppa, canta mentre sbuccia l’aglio. Dall’ugali (la polenta tanzaniana) al pilau (un riso speziato spaziale), dagli gnocchi ai panzerotti, passando per l’ocra (quella sconosciuta!), la mboga (foglie di zucca cotte), i quintali di fagioli, e la dolcezza dei mandazi (panini dolci fritti), il cibo è quell’energia che permette al pianeta di continuare a

girare, letteralmente. Intanto nella classe dei più piccoli, July mi abbraccia e con i suoi occhioni curiosi mi chiede “Mnakula katika Italia?” (Mangiate in Italia?). È una domanda che mi stupisce, mentre le racconto che mangiamo tanta pasta, pizza e pane quanto loro mangiano ugali (polenta), ugi (semolino di latte) e kande (zuppa di legumi): mi fa ridere pensare che mi abbia posto questo quesito completamente ignara della nostra cultura”.

Quando il luogo lontano diventa casa

È proprio quando riconosci i volti senza sorpresa, quando il cibo non è più esotico ma quotidiano, quando i nomi non suonano strani ma familiari, quello è il momento in cui capisci che il luogo in cui sei non è “lontano” ma è ormai dentro di te.

Martina Possessi, che il percorso di SCU 2025/26 lo ha vissuto nella sede di Ikelu, sempre nel sud-ovest della Tanzania, sottolinea come in fondo esso sia un salto nel buio, come quando durante la stagione delle piogge trovi le strade piene di fango e non sai che sorpresa ti possano riservare. “In quella stagione è difficile camminare e ogni passo che fai è verso l’ignoto, come lo è quest’anno di servizio civile e quello che ci aspetta dopo. Inizia tutto come un bellissimo salto nel buio, lo fai perché sei carico di energie, di voglia di fare e di aspettative. Lotti, ti disperi, impari una lingua, vivi con degli sconosciuti, ti adatti, cresci e cambi. E poi? Poi devi tornare a un qualcosa che tecnicamente conosci, ma che dopo quest’anno non conosci più davvero, probabilmente là, “a casa”, non sarà cambiato molto, ma quella cambiata sono io. Ho acquisito un punto di vista totalmente diverso, un modo di vivere diverso, una concezione di vita diversa, tutto diverso e dannatamente sereno. Non vorrei che finisse eppure sta andando così veloce… Si può fermare il tempo?”.

Sono parole scritte da Martina alla fine del suo anno di Servizio Civile. Ma il senso di quelle parole, in forme diverse, è qualcosa che può appartenere anche a chi in questi giorni sta vivendo un’esperienza molto più breve, ma ugualmente fatta di incontro e condivisione. A Mbeya, proprio in questi giorni, sette volontari arrivati dall’Italia stanno trascorrendo il loro Campo di Volontariato. Due settimane di Campo sono diverse da un anno di Servizio Civile e non possono essere messe sullo stesso piano. Ma anche durante un Campo di Volontariato si entra per un breve periodo nella quotidianità di una comunità, si incontrano persone, si condividono tempo e attività, si impara a guardare un luogo attraverso i volti di chi lo abita. Forse è proprio questo il filo che unisce esperienze diverse: non la durata del tempo trascorso lontano da casa, ma ciò che può accadere quando quel tempo diventa relazione. Quando i nomi cominciano a essere familiari, quando un volto non è più quello di uno sconosciuto, quando una realtà lontana smette, almeno per un po’, di essere soltanto “altrove”. È in questo incontro che qualcosa cambia: il modo di guardare le persone, i luoghi e, forse, anche se stessi.

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