
Lingua dei segni e Swahili: il doppio cammino di Nathan
di Alessia Giulimondi, operatrice dei Corpi Civili di Pace 2025/26
Frida ha trentaquattro anni, è sposata, ha due figli ed è sorda. Qui a Dar es Salaam ha appena finito un tirocinio presso il Centro di Riabilitazione Antonia Verna: fa parte del gruppo di sette tirocinanti provenienti dall’Istituto professionalizzante di Yombo, gestito da CEFA, che hanno svolto un periodo di apprendistato cimentandosi in un vero contesto lavorativo. Adesso, una volta a settimana, si occupa della pulizia e della sistemazione degli spazi dell’ostello del Centro. È una donna vispa, sempre in attività, sempre sorridente. Ha la pazienza del comunicare che non molti hanno. Si fa comprendere, vuole comprendere.
È Frida che mi ha aiutata a sedermi e parlare con Mama Nathan, anche lei sorda dalla nascita. Il nome completo del bambino è Nathaniel (ma tutti lo chiamano Nathan) mentre il nome di battesimo della mamma è Hilda. Qui in Tanzania però le donne che diventano mamme prendono il nome del loro primogenito: si tratta di un segno di orgoglio di essere madri. Ecco perché la chiamiamo Mama Nathan. Lei frequenta il nostro centro perché il suo primogenito è nato con una paralisi cerebrale e ha difficoltà motorie sia agli arti inferiori che superiori.
Nathan ha tre anni ed è un bambino molto espressivo, come spesso sono i bambini nati da genitori sordi. Non parla, ma sa ripetere mama (mamma) e baba (papà) sia in Swahili che in TSL (Lingua dei Segni Tanzaniana). Questo significa che quando interagisci con lui porta la mano al mento e muove le labbra per dire baba (vedi Foto 1) e quando gli chiedi di ripetere mama, cerca di stendere l’indice rivolto all’infuori e lo batte sulla guancia (vedi Foto 2).

Nathan fa più fatica a segnare mama rispetto a baba, perché la paralisi coinvolge anche gli arti superiori, seppur meno rispetto a quelli inferiori. Questo significa che ha difficoltà a sviluppare la lingua materna, che per ogni bambino rappresenta il fondamento del suo sviluppo cognitivo.
La lingua di cui facciamo esperienza fin dai primi giorni di vita (e non solo), è il nostro primo radicamento nel mondo, la nostra prima ancora alla vita, che si genera, si propaga e si accresce attraverso interazioni significative e costanti. Lo scambio con la madre e con i caregiver è il terreno fertile del nostro sviluppo socio-cognitivo e quando questo è ostacolato nei primi anni di vita il bambino rischia di sviluppare serie disabilità cognitive. Nathan si trova proprio alla fine del primo dei due periodi critici di questo sviluppo. A tre anni, dovrebbe già produrre qualche frase in Swahili e in TSL. Tuttavia, la sua produzione spontanea è sporadica e spesso si limita a imitare i segni e le parole del suo diretto interlocutore, il quale fa spesso fatica a catturare la sua attenzione. Questo suggerisce che la paralisi di Nathan coinvolga anche facoltà cognitive come quella del linguaggio. Servirebbero test più approfonditi per avere un quadro chiaro della situazione, ma avere accesso a questo tipo di valutazioni non è scontato in Tanzania, come non lo è in alcune zone del nostro Paese.
Ogni ora di esercizi di Nathan è un’ora persa di lavoro per sua madre, la quale aspetta che il figlio stia meglio per cercare un’occupazione, dedicandosi totalmente agli esercizi di Nathan. Nel frattempo, il papà lavora per garantire le cure al figlio. Trovare cliniche specializzate nelle disabilità infantili e patologie dello sviluppo richiede tempo, soldi e conoscenze che spesso mancano, e il Centro Antonia Verna rappresenta già una piccola avanguardia in questo senso, offrendo check-up medici, fisioterapia e logopedia tutte nello stesso luogo. Molte attività sono certamente migliorabili, ma si tratta di una buona base di partenza della quale bambini come Nathan traggono beneficio.

Nathan viene al centro tre volte alla settimana da due anni e sta imparando a camminare. I fisioterapisti del centro operano mobilizzazioni passive e sit-to-stand, ovvero esercizi per imparare ad alzarsi in piedi da soli. Poi lo vedi appoggiato al carrellino che cammina a passi lenti e incerti per il centro, la mamma che lo segue da dietro, passando davanti allo studio del medico e l’ufficio di Sister Anjela, dentro la sala degli esercizi e poi di nuovo, passo passo, pole pole. Dopo la riabilitazione fisica, Nathan fa un po’ di terapia del linguaggio, che però non include alcuna attenzione al supporto allo sviluppo della lingua dei segni.
La disattenzione alla lingua dei segni rappresenta un problema diffuso in tutto il mondo. In pochi, anche in Europa, sanno che le lingue dei segni sono diverse fra loro e variano da paese a paese, da comunità segnante a comunità segnante. Spesso non si comprende subito che si tratta di lingue a tutti gli effetti, sviluppatesi naturalmente in comunità sorde, indipendentemente dalla lingua orale del territorio. Ciò significa che il segno che si riferisce a mama non ha nulla a che vedere con la parola mama in Swahili. Piuttosto, le lingue dei segni si radicano fortemente nelle caratteristiche iconiche dei referenti, ovvero richiamano spesso, ma non sempre, caratteristiche visive degli oggetti a cui si riferiscono, o si basano su convenzioni che favoriscono la reciproca comprensione. Di fatto, niente di diverso dalle lingue orali che sono anch’esse puramente convenzionali e sfruttano caratteristiche sonore o visive del mondo circostante (ex. “ronzio”).
Ciò che rende una lingua completa è una sua coerenza interna sistematica, convenzionale e riconoscibile, ovvero una grammatica. Questa coerenza interna supporta la comprensione del mondo e il suo rapporto con esso fin dai primi giorni di vita. Qualunque lingua dei segni – come qualunque lingua orale – riconosciuta e usata sistematicamente da una comunità svolge questo ruolo nella vita di un bambino, a prescindere se questo sia udente o sordo. Nathan non è sordo, ma i suoi genitori sì, per questo la sua prima lingua non può che essere la TSL, insieme allo Swahili che ascolta nel resto dell’ambiente che circonda la famiglia. In condizioni di sviluppo normotipico, Nathan sarebbe perfettamente bilingue, ma la sua condizione gli impedisce di acquisire il linguaggio, probabilmente per una combinazione di disabilità fisiche e cognitive. Ciononostante, la fisioterapia e la terapia del linguaggio rimangono essenziali.
Ciò che rappresenta un grande ostacolo allo sviluppo di Nathan, al momento, è il non andare a scuola. La mancata interazione quotidiana con i suoi pari e con gli insegnanti è cruciale per lo sviluppo, ma molti bambini come lui spesso non riescono ad accedere a classi dove non c’è insegnante di sostegno e le attività non sono pensate per includere bambini con disabilità fisiche e cognitive. Inoltre, spesso le famiglie non possono permettersi di mandare i figli sia a scuola che al centro di riabilitazione. Potrebbe essere proprio questo il caso di Nathan, dove la famiglia preferisce investire le proprie risorse di tempo e denaro nella riabilitazione del figlio, nella speranza che in futuro possa anche lui andare a scuola.

