
Due settimane in Tanzania: un nuovo tempo di vita
In Tanzania il tempo ha un ritmo diverso. Tre ore per pulire la verdura, due per lavare i panni, un pomeriggio per andare al mercato a comprare la farina. “Follia? Forse no, perché quel tempo è ricco, pieno, colorato”. Le parole di Giada raccontano come qui la lentezza non sia perdita, ma occasione per osservare, per ascoltare, per lasciarsi sorprendere: “Perché in quel tempo ti guardi intorno e vedi la gioia dove non credevi fosse possibile”.
Sono stati dieci i volontari e le volontarie che hanno condiviso ad agosto due settimane volando fino a Mbeya, in Tanzania, per il campo di volontariato estivo di Comunità Solidali nel Mondo. Queste sono alcune delle voci e delle considerazioni che i partecipanti si sono portati via al termine di quella che è stata un’immersione in una quotidianità fatta di gesti semplici e relazioni profonde. I momenti di comunità, come le cene, le passeggiate nel quartiere, la visita alle abitazioni, la messa domenicale, hanno fatto da contraltare ai momenti di silenzio e di pausa, nei quali è più facile osservare e osservarsi. “Mi sono stati utili – dice Massimo – proprio i momenti di non attività: ci ho trovato pace e serenità. Lento vivere. Ho capito che si può vivere anche in un altro modo rispetto ai ritmi frenetici italiani”.
Quella del campo di volontariato, riassume Giacomo, “non è un’esperienza in cui salvi qualcuno, semmai il contrario”. “Era – confida un’altra volontaria – il sogno che avevo: andare incontro a chi, nel mio immaginario, aveva avuto sempre meno di me, ma le due settimane trascorse “hanno completamente stravolto le mie aspettative: ho respirato scorci di vita autentica, vissuta e piena di essenza, camminando a piedi nudi tra la terra”.

“La parte bella di questi viaggi – sintetizza Silvia – è il poter vivere molto a contatto con la popolazione locale, sentendoti immersa in un mondo tutto nuovo”: donne, uomini, bambini che hanno accolto i volontari con calore, regalando uno spaccato di vita reale che lascia il segno. Partire – dice un altro volontario – ha significato essere “circondato e immerso in una cultura estremamente diversa, ma che ti accoglie e ti fa sentire pienamente a casa”.
“Sono rimasta letteralmente scioccata – dice Lucia – dal comportamento dei tanzaniani nei nostri confronti. Non mi aspettavo tanta accoglienza. Un episodio: abbiamo trascorso del tempo con i bambini del vicinato che giocavano con noi e nel giro di un’oretta mi sono ritrovata con una bambina di all’incirca un anno che dormiva tra le mie braccia. Poco dopo arriva sua mamma per controllare che stesse bene. Mi sorride, mi fa una foto ed esce dal cancello della struttura serena. Mi ha colpito davvero la fiducia dei locali nei confronti dei “wazungu”.
Nel corso del campo, confida Sara, “ho completamente stravolto le mie idee e la mia concezione di volontariato: da un fare attivo e materiale, ho imparato ad osservare, sentire e capire i bisogni degli altri”. “Mi sono trovata di fronte – ecco un’altra testimonianza – a situazioni diverse e lontane dalla mia comfort zone” e ho osservato nelle persone incontrate “la tenacia nell’affrontare una condizione delicata come quella della disabilità. E sapete cosa ho trovato in ognuno di questi momenti? Un sorriso, una disponibilità e un senso di comunità che noi possiamo solo lontanamente immaginare. L’Africa per me è stata questo: accoglienza, libertà e cura dell’anima. I miei occhi sono pieni di tanti volti che non scorderò mai”.

“Questo campo di volontariato – sintetizza Giada – mi ha dato una visione molto più concreta e ragionata di cosa significa fare del bene ad una comunità, che non coincide affatto con l’idea di “missione salvatrice” che avevo in testa. Non avevo un’idea precisa di Africa, pensavo che avrei “sentito” molto, e così è stato. Colori, profumi, canti, sono rimasti impressi nella testa. Al mio rientro ho passato alcuni giorni di disorientamento perché niente qui è marrone, mentre lì c’è terra ovunque. Mi sono vestita di marrone per cercare di compensare. Mi mancano già i piedi sempre impolverati e la terra nei capelli”.
Un sentire che anche Lucia ha ben chiaro: “Non scorderò mai i sorrisi dei bambini e i loro volti, i sorrisi delle persone per strada e quelle risate infinite con i miei compagni: qui ho sperimentato per la prima volta la vita comunitaria. È stato strano sentirmi a casa con persone effettivamente estranee”.

Eccolo, il riferimento ai compagni di avventura, l’altro aspetto fondamentale di un campo di volontariato. Nell’avanzare, lento e inesorabile, delle giornate, “vivere il gruppo – lo dice Silvia – ha fatto la differenza: la condivisione di momenti espressivi e di riflessione con chi vive le tue stesse esperienze diventa una grande fortuna”. Lo conferma Rebecca: “I momenti un po’ più ‘vuoti’ ti permettono di interfacciarti con le persone con cui passi le tue giornate: i tuoi compagni di viaggio. Il gruppo è fondamentale: vivi con loro, ridi, parli, di notte piangi e ti confidi, perché insieme sappiamo cosa stiamo vivendo qui e quanto è importante”.
Il campo di volontariato in Tanzania è stata così un’esperienza che si è portata dietro un forte e graduale cambio di prospettiva: “Mi sono resa conto – è ancora Silvia a parlare – di quanto il vivere la semplicità e l’essenziale appaghi tante vite e di come questo faccia funzionare giorno per giorno un’esistenza dove le ambizioni, le pretese e le tensioni lasciano spazio invece a ciò che semplicemente accade minuto dopo minuto, senza poter controllare ciò che accadrà”.

Ma oltre a tutto questo il campo è stato anzitutto un’occasione preziosa per se stessi: “È stata – confida un partecipante – una grande esperienza. Ho visto stralci di realtà che prima forse potevo solo immaginare. Ho visto un orizzonte diverso, in ogni senso possibile: albe e tramonti più veloci, in una vita più lenta e più umana. Non so bene cosa porterà tutto questo. Ma so che il me del presente ringrazia il me del passato per aver preso la decisione di partire, e guarda al me del futuro con occhi diversi”.
Il campo di volontariato estivo, dunque, è stata un’esperienza destinata a lasciare una profonda traccia: “Sì, non c’è modo migliore di conoscere una realtà diversa. Il livello di coinvolgimento emotivo e di immersione che ci ha donato questo campo è infinitamente più profondo di ciò che si potrebbe ottenere viaggiando da turisti. Il cuore è pieno!”.


