Essere un fisioterapista in Tanzania.

Essere un fisioterapista in Tanzania.

16 Giugno 2022

La nostra associazione, con i suoi progetti, i centri, le persone, ha tante anime diverse. Conoscerle è sempre molto stimolante perché restituisce la grande passione che ognuno dei collaboratori o dei cooperanti mette nel lavoro di ogni giorno.

Per questo siamo felici di ospitare sulle pagine del nostro blog l’intervista che Martina, cooperante del Centro Antonia Verna Kila SIku, ha fatto a Joseph Msaka, fisioterapista e responsabile del dipartimento di Outreach del centro: un’intervista che fotografa la situazione attuale in tema di riabilitazione e diritti delle persone con disabilità in Tanzania.

Ciao Joseph, innanzitutto grazie per aver accettato di prendere parte a quest’intervista. Iniziamo subito con una curiosità: quando e perché hai deciso di diventare fisioterapista? La domanda nasce dal fatto che, contrariamente a quanto si possa credere, la tua non è una scelta convenzionale nel contesto tanzaniano. Secondo le ricerche, infatti, l’unico centro di formazione con percorso universitario presente in Tanzania si trova a Moshi, nel nord del Paese, e riesce a preparare non più di 35/40 fisioterapisti e terapisti occupazionali ogni anno, un numero davvero irrisorio per le necessità del territorio.

Nell’ultimo anno di liceo ho partecipato a un progetto di ricerca sul tema della malaria: grazie a quella esperienza, nel corso del tirocinio all’interno dell’ospedale ho conosciuto un fisioterapista, ed è stato uno di quegli incontri che ti cambiano la vita per sempre. Mi sono appassionato e ho iniziato a seguirlo, a osservarlo sul lavoro ogni volta che potevo. Mi è stato da subito chiaro che questa sarebbe stata la mia professione e così, quando mi ritrovai a scegliere l’ università a cui iscrivermi, non ho avuto dubbi. 

Prima di venire a lavorare nel centro Verna hai fatto parte del team di fisioterapisti della squadra di calcio Simba, una delle più titolate del Paese. Perché hai deciso di lasciare l’incarico e intraprendere il percorso per diventare fisioterapista pediatrico?

Ho lavorato con la squadra per circa un anno ed è stata un’esperienza molto gratificante e arricchente che mi rende ancora oggi orgoglioso e che mi ha permesso di crescere e raggiungere un traguardo importante per la mia carriera. Tuttavia, non era abbastanza e non mi sentivo pienamente realizzato, poiché da sempre nutrivo il sogno e il desiderio di lavorare con i bambini. La relazione che si instaura con loro va ben al di là del rapporto fisioterapista-paziente e vedere gli enormi risultati che si possono raggiungere insieme con la riabilitazione mi rigenera e allo stesso tempo rappresenta per me una grande spinta motivazionale a migliorare sempre di più le mie competenze, dandomi prova che la scelta di cambiare è stata quella giusta.

Nel Centro Verna ci confrontiamo ogni giorno con moltissime tipologie di disabilità per le quali la fisioterapia gioca un ruolo chiave, soprattutto nella gestione di patologie complesse che se non trattate in modo opportuno e corretto tendono a cronicizzare. In un contesto difficile come il nostro, in cui spesso ci si scontra con la mancanza di risorse e di sensibilizzazione sul tema della disabilità, cosa significa per te praticare, diffondere ed educare all’importanza della fisioterapia? 

Molti medici e professionisti sanitari del settore non riconoscono ancora il ruolo della fisioterapia nella prevenzione, cura e riabilitazione del paziente per il recupero funzionale di molte disabilità. Tale lacuna nell’assistenza e nel trattamento di determinate patologie favorisce il cronicizzarsi di alcune condizioni cliniche altrimenti curabili, soprattutto in ambito pediatrico.

Credo che in un Paese dove il servizio sanitario è carente e rimane accessibile solo a pochi eletti, la fisioterapia e la tempestiva presa in carico dell’individuo con disabilità a opera di strutture come la nostra sia fondamentale, anche per ragioni economiche. Sostenere le spese per la riabilitazione dei figli in ambito ospedaliero, infatti, può essere molto oneroso ed è inevitabile che le famiglie si trovino costrette a compiere un’amara scelta, preferendo garantire le terapie ritenute “essenziali”, a discapito della fisioterapia.

Aumentare la consapevolezza sull’importanza del nostro ruolo sanitario e comunitario è un elemento essenziale del mio lavoro e in futuro mi auguro, nel mio piccolo, di poter favorire e contribuire a quei processi di cambiamento necessari a colmare l’attuale gap.

Proprio a proposito della questione economica di cui parlavi, non possiamo non ricordare che questo è uno degli aspetti cardine della CBR, la riabilitazione su base comunitaria le cui linee guida sono alla base della metodologia adottata dal nostro centro.

La disabilità è una condizione che non riguarda solo l’individuo, ma coinvolge e interessa la comunità nel suo insieme. L’approccio CBR è in questo senso una risorsa chiave per attuare efficacemente il Disability Act del 2010 e dare potere alle persone con disabilità nella creazione di società inclusive. Purtroppo in Tanzania siamo ancora molto lontani dal raggiungimento di tale obiettivo. Nel nostro centro però, quando accogliamo un bambino nuovo, cerchiamo di avvicinarci a lui valutandolo nella sua interezza e adottando uno sguardo multidisciplinare, allo scopo di elaborare piani individuali capaci di offrire soluzioni e terapie che lavorino a tutti i livelli e che possano al contempo contribuire al reinserimento sociale delle persone con disabilità all’interno delle comunità di appartenenza. Personalmente abbraccio e condivido nel profondo l’approccio della CBR, in quanto posso testimoniarne l’efficacia così come i risultati tangibili ottenuti dai nostri pazienti.

Nell’ultimo decennio i governi hanno dimostrato sempre più il loro impegno per i diritti delle persone con disabilità attraverso la promulgazione di politiche sociali specifiche. Tra questi, la Repubblica Unita di Tanzania, oltre a essere firmataria della Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità (CRPD), ha preso un impegno pubblico attraverso una serie di meccanismi politici e piani governativi, come quelli previsti per esempio dal Disability Act che hai citato tu poco fa. A volte, però, i principi e le promesse fatte nei documenti politici non si riflettono in azioni dirette per i beneficiari e a oggi, quando parliamo di disabilità resta il divario tra gli ideali politici e la realtà dei fatti. Cosa ne pensi?

La maggior parte delle persone con disabilità, le loro famiglie, i caregiver, non sono a conoscenza di questa legge e di come lo Stato si sia da tempo formalmente impegnato per promuovere i diritti delle persone con disabilità che di fatto si ritrovano ancora a essere sottorappresentate, emarginate ed escluse dalla società. Per questo il lavoro di sensibilizzazione, educazione e promozione dei diritti inizia dalle famiglie, dai bambini, dagli utenti del centro, e prosegue nelle scuole, negli ospedali, durante gli eventi comunitari. Da anni, per esempio, organizziamo incontri e formazioni rivolti a docenti, personale sanitario, cittadini, ma soprattutto a studenti e studentesse di tutte le età. È importante che le future generazioni siano parte attiva del cambiamento e diventino insieme a noi promotori di giustizia sociale, nel tentativo di costruire scuole, contesti urbani e società sempre più capaci di saper includere anziché emarginare.

Cosa ti auguri per il futuro del Centro Antonia Verna?

Spero semplicemente che riusciremo a portare avanti il lavoro iniziato tre anni fa. Continueremo a promuovere e proteggere i diritti umani di tutte le persone con disabilità, cercando di migliorarci, offrendo un servizio riabilitativo sempre più specializzato e di qualità, e contribuendo a costruire un mondo in cui le persone con disabilità siano viste non più come un limite o un ostacolo ma come fonte di arricchimento e crescita. Mi auguro, infine, che il nostro centro possa diventare un punto di riferimento non solo per la città di Dar es Salaam, ma anche per tutto il Paese. Colgo l’occasione per ringraziarvi per aver raccolto la mia testimonianza, di fisioterapista e di cittadino tanzaniano.

Siamo noi a dover ringraziare Joseph per aver speso del tempo con noi e per il lavoro quotidiano al Centro Antonia Verna, e Martina, che ha voluto raccontare una storia di passione, capacità e consapevolezza. 

Foto copertina: Valerio Topazio.
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