Giornata Internazionale del Volontariato: intervista a Valerio Topazio.

Ieri, 5 dicembre, è stata celebrata la Giornata internazionale del volontariato. Lo slogan scelto dalle Nazioni Unite per sottolineare l’importanza di questa ricorrenza nel 2021 è “Volunteer now for our common future”: parole con una valenza che esula da ricorrenze, celebrazioni, scadenze temporali. Scegliere di diventare un volontario oggi significa essere un volontario sempre. Ne è un esempio Valerio Topazio, giovane fisioterapista che abbiamo conosciuto nel 2018, durante il suo anno di servizio civile in Tanzania con CESC Project, partner di Comunità  Solidali nel Mondo. Quest’estate, Valerio ha deciso di fare un’esperienza di volontariato con Med’Equali Team a Samos, in Grecia, in un campo per richiedenti asilo.

Abbiamo immaginato che non potesse esserci un modo migliore per celebrare la Giornata Mondiale del Volontariato che un racconto dell’esperienza in Grecia di Valerio, ed è proprio da qui che parte la nostra intervista.

Valerio, quante erano le persone che si trovavano nel campo e quali erano le tue attività  quotidiane?

Durante la mia permanenza le persone ospitate dal campo erano meno di 400 ma questo numero in realtà è derivante da accordi di politica internazionale con la Turchia, perché fino allo scorso anno le persone ospitate superavano il numero di 4.000. Nel corso dei mesi estivi si sono verificati molti respingimenti in mare, e troppi sono gli accordi tra Paesi che violano i diritti umani, quegli stessi diritti umani che Gino Strada considerava giustamente “privilegi occidentali”.

La mia attività  professionale consisteva nel lavorare in una clinica con dottori che si prendevano cura di persone vulnerabili, fragili o di persone che portavano sulle spalle non uno zaino ma una zavorra, persone consumate da situazioni impossibili da sopportare per chiunque. Nel campo queste persone vivono situazioni traumatiche che determinano poi effetti come ansia, depressione, stress, mancanza di sonno, dolori cronici, mancanza di autostima e di motivazione. Pensando a queste problematiche ci si aspetterebbe un approccio di estrema tutela, invece non solo non sono tutelate ma vengono costantemente emarginate, trattate come esseri umani di serie B. Non sono la priorità  di nessuno e in Europa sono all’ultimo posto di ogni classifica.

Valerio, tu sei un volontario e un fisioterapista. La tua professione come si svolgeva a Samos?

La mia attività  era principalmente quella di fisioterapista clinico, all’interno del centro. Mi occupavo soprattutto di persone con dolore persistente: la maggior parte di loro lamentava cefalea, cervicalgia, lombalgia, tutti dolori che portano avanti da anni, e che nascono e si manifestano nel momento in cui arrivano in Grecia (non dimentichiamo le condizioni di vita nel campo, nonché la mancanza di supporto sociale e familiare). Sono persone che manifestano molti sintomi, non ne hanno uno solo, e quello che fanno non è niente altro che chiedere aiuto. Il mio lavoro principale era, appunto, quello di aiutarle, di insegnare degli esercizi ma soprattutto delle strategie attive di autogestione. Non dimentichiamo che non sono persone stanziali ma in continuo movimento, per cui la presa in carico deve essere basata su strategie attive. Non ho potuto permettermi di adottare delle strategie passive perché avevano il bisogno urgente di migliorare la loro condizione attraverso una strategia di autogestione, potendo e sapendo gestire il proprio problema poi in completa autonomia, anche lontano dal fisioterapista.

Si è trattato di un grande lavoro di équipe con medici, psichiatri, psicologi, un lavoro completo e totale, che propende per l’analisi dell’aspetto biopsicosociale e dunque che non vede la patologia, non vede il sintomo ma vede la persona: mette al centro la persona e cerca di aiutarla in quanto tale.

Valerio, che messaggio vorresti dare ai tuoi colleghi che sono già  sensibili a queste problematiche ma che magari possono aver bisogno di un input da parte tua, visto che tu sei già  andato oltre, hai avuto diverse esperienze nel volontariato che ti hanno anche aiutato a sviluppare la sensibilità  necessaria per capire e percepire completamente queste problematiche?

Il messaggio che voglio dare è di non fermarsi alle informazioni filtrate dai media o dalla classe politica ma di avere e trovare l’umiltà , il coraggio di avvicinarsi a una persona fragile, di chiederle cosa ha vissuto, qual è la sua storia. Sono tutte persone che scappano, fuggono letteralmente da tante situazioni diverse ma hanno in comune una cosa: sono disperate. Non possiamo permetterci di giudicarle, non possiamo neppure immedesimarci in loro, e non saremmo neanche capaci di sopportare quello che sopportano e che hanno vissuto. Quindi il messaggio che voglio dare è questo: prima di giudicare, prima di essere cinici e pragmatici, guardiamo l’altro aspetto, guardiamo il volto umano. E chiediamo a quella persona che cosa ha vissuto, chiediamole perché è qui, da che cosa sta scappando. Ci renderemo conto che è un essere umano che ha diritto di essere tutelato, che è vulnerabile e che gli spettano tutti quei diritti a cui noi non facciamo neanche caso, perché  li diamo per scontati, perché è come se ci fossero dovuti,  e perché per noi sono garantiti. Quindi non giudichiamo, ma chiediamo, e agiamo.

 

Valerio Topazio, fisioterapista, è attualmente impegnato in Tanzania, a Dar Es Salaam, dove ha iniziato una nuova esperienza professionale come Technical Advisor insieme a Comunità  Solidali nel Mondo. Lo ringraziamo per aver messo come sempre a disposizione degli altri la sua testimonianza, prestando voce a chi non ha voce.

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