Raccontare la Tanzania: la storia di Federica.

Nelle ultime settimane abbiamo imparato a conoscere il Paese che ci ospita, la Tanzania, percorrendo un percorso fatto di storia, politica, società. Siamo partiti dalle origini e arrivati ai tempi moderni, esplorando popoli e personaggi che hanno reso la Tanzania il luogo che è oggi. Per concludere questo viaggio, però, abbiamo pensato che non poteva mancare un racconto più intimo, tutto nostro: ecco perché oggi vi presentiamo la terza tappa, una tappa finale che non si può trovare sui libri di storia, con orgoglio e commozione. 

È la Tanzania che ci racconta Federica, nostra cooperante a Mbeya, che pochi giorni fa ha concluso la sua esperienza lavorativa con la nostra associazione. È lei che ringraziamo per tutto il supporto e l’amore di questi anni, e per averci restituito un’immagine viva, colorata e bellissima di questo Paese.

“Sono arrivata in Tanzania per la prima volta nel 2016. Qui tutto si amplifica: emozioni, paesaggi, saluti come le strette di mano, un vero rituale, con i movimenti in su e in giù e le mani che rimangono lì a stringersi fino a quando non si finisce di parlare, come a cercare una connessione maggiore. Al termine del Servizio Civile, nel 2017, lessi Ebano di Kapuscinski: la sua descrizione della percezione del tempo mi fece tornare sul Daladala o bus, aspettando di arrivare a destinazione, senza sapere quando sarei partita o quando sarei arrivata. Qui l’attesa è passiva solo apparentemente, ma attiva in modo diverso da quello che siamo abituati a vivere e a sperimentare.

Il nostro approccio, quello europeo ma in generale quello occidentale, è legato al tempo impiegato per fare qualcosa di concreto, di produttivo: restare due ore al centro per aspettare i bambini con le loro mamme a volte è così difficile perché il pensiero è che stiamo “perdendo” tempo, qualsiasi cosa perdere tempo significhi. Invece qui si aspetta, si chiacchiera, ci si conosce e l’attesa diventa un momento significativo anche senza fare nulla di concreto. Questa è, per me, una delle cose più belle e anche una di quelle che dimentico più facilmente: sono sempre in movimento, sempre di fretta. Poi, però, mi ricordo di godermi l’attesa, di conoscere la persona che fa la fila con me, di parlare con la bibi (nonna) al mercato.

Una delle cose che mi piace di più, e che tutte le persone della mia famiglia che sono venute a trovarmi hanno notato con positiva meraviglia, è che qui quando incroci qualcuno per strada lo saluti. E non lo saluti perché lo conosci o perché si tratta di un amico o di un vicino di casa. Ci si guarda, ci si sorride, ci si saluta, ci si augura buona giornata. Le strade si incrociano e i legami, le connessioni, si creano e durano l’attimo del saluto, dello sguardo, del sorriso. 

Per me la Tanzania è casa. E in tutti questi anni ho avuto la fortuna di conoscere tante realtà, sia del continente africano (anche se in piccola parte) che, soprattutto, della Tanzania. Lo stereotipo vuole che il continente africano sia e debba essere povero, con villaggi senz’acqua e senza trasporti e bambini abbandonati per strada. Invece, la Tanzania è tanto altro: in alcuni luoghi il progresso corre veloce e si sviluppa, continuando a crescere in maniera esponenziale. I villaggi, certo, ci sono ancora, così come le strade non asfaltate, l’acqua corrente pulita non presente nella maggior parte delle case, e le difficoltà economiche, comprese quelle legate a un sistema sanitario basato sulle assicurazioni che rende difficile l’accessibilità ai servizi primari. 

D’altro canto, però, la palestra che frequentavo era piena di attrezzi, esattamente come quelle italiane, e il corso di step coreografico delle 18 era preso d’assalto da tanta gente che aveva bisogno di fare movimento dopo una giornata in ufficio. 

Lo smartphone è sempre presente, in tutti i momenti della giornata e Instagram è uno dei social più utilizzati per conoscersi e scambiarsi informazioni, tanto da essere usato addirittura dal Ministero della Salute Tanzaniana per diffondere comunicazioni e consigli sulla salute. 

In Tanzania, il turismo locale sta diventando una parte sempre più importante della vita quotidiana e il fine settimana o i giorni di festa diventano un’opportunità per conoscere il proprio Paese e visitare nuovi luoghi.  E se da un lato in alcuni aspetti si pone l’attenzione sul “copiare” l’occidente, o si segue il modello americano, a mio parere in tanti altri la Tanzania si sta sviluppando seguendo la propria cultura, le proprie tradizioni e la propria personalità, così come accade in tanti altri Paesi nel mondo. 

Per esempio, in Tanzania il cibo delle feste, paragonabile alla nostra lasagna, è il pilau, il riso speziato. E quando è festa il pilau è il piatto di tutte le famiglie, indipendentemente dalla classe sociale a cui appartengono. 

Quando si entra in un ufficio governativo, o si partecipa a un incontro con una figura istituzionale, la cosa più importante è sempre dare la mano e salutare almeno per i primi cinque minuti (non importa se tu sia il Presidente della Regione o una persona qualunque, è importante, prima di una qualsiasi conversazione o prima di comprare una banana, chiedere come va la giornata, il lavoro, la salute, la famiglia). 

Inoltre, la conoscenza e l’amicizia con persone locali sviluppate negli anni scorsi mi ha permesso di poter prendere parte a eventi per cui mi sono sentita molto fortunata. Una coppia di miei amici, di una classe sociale medio-alta/alta, lo scorso anno è riuscita a organizzare il loro engagement party, dopo ben sei anni di fidanzamento. Hanno atteso così tanto perché lui non aveva avuto prima la possibilità di pagare la dote di lei alla famiglia. Mi hanno invitata a partecipare a questo incontro, a cui erano presenti i familiari maschi di lei, lo zio di lui, la mamma, le sorelle e la zia. Eravamo tutti seduti nel salone di casa e non solo ero l’unica “mzungu“(straniera), ma ero l’unica persona che non faceva parte della famiglia.

Ci siamo tutti presentati, e poi lo zio di Cosmas lo ha presentato ufficialmente alla famiglia di Stella. Tutti si conoscevano già da anni ma da tradizione quando c’è l’ufficialità del pagamento della dote e quindi del matrimonio le presentazioni devono essere ufficiali e i discorsi abbastanza lunghi da sottolinearne l’importanza.  

Infine, come la tradizione Kienyekyusa vuole (kienyekyusa è una delle etnie della regione di Mbeya), abbiamo tutti mangiato insieme, tanto pilau appunto, carne (non può mancare nei giorni importanti) e ovviamente kachumbali, perché pomodori, cipolle e cetrioli sono sempre buonissimi!”

Ringraziamo Federica per averci fatto viaggiare con la fantasia, per averci raccontato e permesso di vivere la “vera” Tanzania, e per tutto quello che ha dato a Comunità Solidali nel Mondo e alle persone incontrate nel tempo.

Grazie Federica!

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Simama è un programma di cooperazione internazionale a favore di bambini e adolescenti con disabilità che si ispira alla Riabilitazione su base comunitaria (CBR), nella regione di Mbeya, Tanzania. L’obiettivo principale è supportare bambini con disabilità e le loro famiglie attraverso la riabilitazione motoria e cognitiva, inclusione scolastica, supporto psicologico e formazione sulla disabilità.

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I bambini con disabilità vivono segregati in casa, privati di ogni diritto o discriminati in classi speciali. La lotta contro la loro esclusione sociale non può prescindere dalla riabilitazione medico-sanitaria. Abbiamo avviato un centro di riabilitazione provvisto di palestra, studi medici, uffici e aule per la formazione, per dare risposte concrete e qualificate ogni giorno.

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INUKA è un progetto di cooperazione internazionale a favore di bambini e adolescenti disabili che si ispira alla Riabilitazione su Base Comunitaria (RBC). abbiamo assicurato le cure riabilitative di oltre 2000 bambini e adulti con disabilità e sostenuto le loro famiglie attraverso programmi di microcredito e sostegno psicologico.

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