Il coronavirus arriva in Tanzania

Di Nicolò Zuliani e
Valentina De Cao

E’ il 3 Marzo quando il presidente della Tanzania John Magufuli saluta il  leader dell’opposizione Maalim Seif Sharif Hamad toccandosi con le scarpe a vicenda invece che con una classica stretta di mano. Un gesto che ha fatto sorridere, che attraverso i social è stato visto in tutto il mondo e che in quei giorni era il riflesso di una situazione di pericolo di cui si iniziava ad avere consapevolezza ma che sembrava ancora distante e localizzata solamente in Cina e nel nord Italia.

Ed invece in soli 13 giorni il virus raggiunge, dopo essersi diffuso in gran parte del mondo ed aver intaccato molti paesi del continente Africano, anche la Tanzania.

«It’s here, but don’t panic». Così commenta la ministra della Salute della Tanzania Ummy Mwalimu il primo caso registrato nel nord del Paese, mentre attraverso i giornali, la radio e la televisione vengono diffuse le modalità di trasmissione, i sintomi e le principali misure da adottare per proteggersi e prevenire la diffusione del virus. Inizia così la progressiva “chiusura” del Paese inizialmente alle frontiere, proseguendo poi con la chiusura delle scuole e la sospensione degli eventi pubblici e sportivi. Restano invece aperte le chiese e le moschee che, a detta del Presidente Magufuli sono “i luoghi dove si può trovare la vera guarigione”.

Ma è proprio in paesi come la Tanzania, ancora fortemente legati all’agricoltura di sussistenza e al commercio, che molte misure restrittive che potrebbero limitare la diffusione del contagio non possono trovare applicazione. La popolazione infatti, per soddisfare i soli bisogni primari deve coltivare i campi e raggiungere i mercati nei villaggi vicini, talvolta spostandosi a bordo di bus sovraffollati. Una grande percentuale di tanzaniani inoltre, non ha accesso all’acqua corrente per cui un lavaggio frequente delle mani risulta difficile, a volte impossibile. Altre precauzioni come l’isolamento sociale o il rimanere “a casa” rappresentano poi un’utopia in un paese in cui le abitazioni sono spesso piccole, fatiscenti e in ogni caso condivise da più nuclei familiari. 

Vi è poi un profondo squilibrio economico e sociale tra la popolazione concentrata nelle principali città (Dar es Salaam, Mwanza, Arusha e Dodoma) e il resto della popolazione che abita nelle varie zone rurali. Squilibrio che si traduce in minori disponibilità economiche per far fronte a questa emergenza e ad una minore accessibilità ai pochi centri di assistenza sanitari presenti nel Paese. Questa differenza tra contesto rurale e cittadino si riflette anche sulla percezione del rischio, strettamente correlata alla possibilità di avere strumenti e informazioni per gestire l’emergenza. I nostri volontari, partiti a gennaio per il servizio civile in Tanzania, hanno avvertito l’evolversi della situazione in maniera completamente diversa a seconda che fossero operativi in una grande città come Dar es Salaam oppure nei piccoli villaggi dell’entroterra. Nel primo caso, attraverso la relazione quotidiana e il dialogo con i residenti del quartiere popolare di Kawe, vi è stata una crescente consapevolezza che molto presto il virus avrebbe raggiunto il Paese; manovre precauzionali come la rimozione dell’acquasantiera dalle chiese o la sospensione di eventi mondani si erano già verificate all’inizio del mese di marzo.  La stessa cosa non è avvenuta invece per i volontari operativi nei villaggi rurali dove, a causa del parziale isolamento dato dal territorio vi era una percezione del pericolo nettamente sottostimata. Come conseguenza, all’interno delle grandi città la paura ha poi innescato un’ impennata dei prezzi delle mascherine, passate in pochi giorni dalla conferma del primo contagio da 2.000 a 20.000 scellini Tanzaniani, una cifra enorme per la maggior parte della popolazione che vive di agricoltura e commercio dei prodotti della terra.

Il mercato di Makambako, nella regione di NJOMBE

la paura ha poi innescato un’ impennata dei prezzi delle mascherine, passate in pochi giorni dalla conferma del primo contagio da 2.000 a 20.000 scellini Tanzaniani

Ad oggi i casi confermati sono 24 contagiati e 1 decesso ma i dati potrebbero essere drasticamente sottostimati a causa della quasi totale assenza di tamponi e della difficoltà a riconoscere i sintomi e a ricevere soccorso.

La media dei posti letto nel continente Africano è di 1,2 ogni 1.000 abitanti e gran parte di questi sono dislocati nelle grandi città. I dati del personale medico sono ancora più drammatici: l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda un numero di almeno 44,5 medici ogni 10.000 abitanti, attualmente ne sono presenti 8 in Uganda, 12 in Zambia e solamente 2 in Tanzania. Numeri che atterriscono, se si pensa al numero di infetti che si è visto crescere in maniera esponenziale in paesi sviluppati come l’Italia. Un ulteriore fattore da considerare è la presenza enorme della fascia più vulnerabile ed esposta maggiormente al rischio d’infezione, quella della popolazione affetta da disabilità. Si stima che la percentuale di popolazione con disabilità sia del 7% e che nella sola Dar es Salaam vi siano su 6 milioni di abitanti circa 340.000 disabili. Per queste persone il rischio è duplice, da un lato il tasso di mortalità in caso di infezione sarebbe nettamente più alto per coloro che sono affetti da malattie che riducono le difese immunitarie (i cosiddetti immunodepressi), dall’altro potrebbero venire a mancare i sostegni già precari che permettono a moltissime persone non autosufficienti di avere una vita dignitosa.

Questa epidemia, forse per la prima volta dal dopoguerra, si è dimostrata essere una sfida che un solo Paese non può risolvere, ma che l’intero genere umano deve affrontare unito e, proprio per questo non possiamo lasciare in disparte il continente Africano. Antonio Guterres, segretario Onu, commenta così l’attuale situazione: “Più contagi ci sono, maggiore è la possibilità di una mutazione del virus. Dopodichè tutti gli investimenti fatti sui vaccini andranno persi e la malattia tornerà dal Sud al Nord del pianeta” 

Ed è in questo contesto che risulta fondamentale il supporto che Comunità Solidali nel Mondo, Cesc Project e Gondwana possono fornire ai partner locali. Nei tre centri attualmente attivi (Inuka CBR a Wanging’ombe, Simama CBR a Mbeya e Kila Siku-Antonia Verna Rehabilitation Center a Dar es Salaam) sono state attuate, nel più breve tempo possibile tutte le misure necessarie per sostenere la popolazione locale sia dal punto di vista comunicativo (tramite incontri informativi per la prevenzione del coronavirus), sia mettendo a disposizione mascherine e prodotti disinfettanti.

Se da un lato abbiamo deciso di impegnarci per la prima volta in Italia e di venire incontro alle esigenze delle case di riposo di Cingoli e Corridonia non possiamo dimenticare popolazioni che troppe volte sono state lasciate sole in balia di crisi sanitarie che non sono in grado di sostenere ed affrontare. Perché come ci hanno dimostrato molti Paesi che in questi mesi difficili hanno sostenuto l’Italia, le buone azioni prima o dopo tornano indietro.

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