Autore: Francesco Cartei

Intervista a Vincenzo Giardina: le parole al servizio degli altri.

Giornalista professionista, ha lavorato in Russia e viaggiato in giro per il mondo, soprattutto in Africa. Coordina il notiziario internazionale dell’agenzia di stampa Dire e tra le sue collaborazioni ci sono Il Venerdì di Repubblica, Internazionale, l’Espresso, Oltremare e Nigrizia. Specializzato sull’Africa e sulla cooperazione allo sviluppo, nei suoi lavori riserva un’attenzione particolare ai temi dei diritti umani, dello sviluppo sostenibile e della lotta contro le disuguaglianze. In Tanzania ha viaggiato con il fotoreporter Marco Palombi e Comunità Solidali nel Mondo, realizzando un reportage consultabile qui.

Vincenzo, come hai conosciuto Comunità Solidali nel Mondo?

Dal 2016 coordino il notiziario internazionale dell’agenzia di stampa Dire e come agenzia di stampa ci è capitato di organizzare alcuni incontri pubblici spesso dedicati all’attualità o comunque a temi di rilievo legati a Paesi dell’Africa o ai Paesi emergenti in generale. Ricordo un appuntamento in particolare che si è tenuto nel mese di settembre del 2020: era un incontro dedicato alla Repubblica democratica del Congo, in occasione dell’anniversario della pubblicazione di un rapporto di riferimento per questioni di carattere umanitario nelle regioni dell’est. In quell’occasione incontrammo e conoscemmo Michelangelo Chiurchiù, il presidente di Comunità Solidali nel Mondo e ci capitò di parlare, di confrontarci. Da allora, appunto, Michelangelo ha condiviso diverse esperienze dell’associazione con noi e anche la rivista INUKA!, così abbiamo iniziato a conoscerci e ad approfondire le varie attività. 

Successivamente, l’interesse che già avevamo verso l’associazione si è amplificato in occasione del riconoscimento del lavoro di Comunità Solidali nel Mondo da parte dell’Accademia dei Lincei, con l’assegnazione del Premio Feltrinelli. Infine, la possibilità di vedere sul campo quello che l’associazione fa ogni giorno e i temi di cui si occupa ci ha consentito un racconto più corretto, più attento rispetto alla condivisione delle motivazioni alla base del riconoscimento dell’Accademia dei Lincei. 

Quella condivisa con la nostra associazione non è stata la tua prima missione in Africa: a livello personale come affronti solitamente i giorni che precedono la partenza per il continente africano? E come vivi quelli successivi, invece?

Ci sono diversi livelli di “preparazione”: uno dei primi è quello molto pratico, organizzativo e riguarda procedure burocratiche come per esempio la richiesta di un visto o la verifica di alcune vaccinazioni o comunque il controllo che tutti i documenti siano in ordine. Poi c’è la definizione di un piano di lavoro legato a un piano di spostamenti che deve essere garantito. Spesso, infatti, muovendosi in Paesi in cui non si risiede è importante avere riferimenti anche da un punto di vista logistico, per essere sicuri di tutti gli spostamenti. Il piano puramente organizzativo si lega, poi, a un piano giornalistico: bisogna fare in modo che queste tappe, questi spostamenti, siano non soltanto sicuri ma anche ragionevoli e sensati dal punto di vista dell’utilizzo del proprio tempo, e che consentano di avvicinarsi a situazioni e interlocutori funzionali agli obiettivi che ci si dà. La valutazione di un piano di missione è sicuramente parte della preparazione. 

Dal punto di vista emotivo, invece, il viaggio di per sé, soprattutto in luoghi che non si conoscono, è un’esperienza in particolare per tutti, che si faccia il giornalista o che si faccia altro. E quindi ci sono viaggi che riescono meglio, altri peggio anche da un punto di vista della partecipazione e della propria apertura rispetto, per esempio, a ciò che si incontra. Non tutti i viaggi sono uguali e non in tutti i viaggi si riesce a essere così aperti e avere anche la capacità di essere più profondi nello sguardo e nella partecipazione. Sicuramente ci sono anche degli elementi personali che si riflettono in tutte le esperienze che si vivono: c’è un vissuto che si esprime nei vari momenti e nel modo di viverli. 

Cosa ha caratterizzato in modo particolare la missione in Africa con la nostra associazione? Che cosa ti ha sorpreso in questa esperienza?

Una delle cose che ci ha colpito di più e che abbiamo anche raccontato in un articolo, è stata la partecipazione e la grande motivazione dei giovani, soprattutto dei ragazzi che stanno svolgendo l’esperienza del Servizio Civile Universale. Sono persone molto motivate, molto determinate e capaci poi di cogliere anche ciò che, egoisticamente e individualmente, si può trarre da un’esperienza del genere. È una cosa bella perché non si tratta soltanto di aiutare qualcuno, ma è chiaro che da quel contesto si prende e si riceve, in termini di esperienza e di arricchimento personale.

Ho notato subito questa consapevolezza: sono ragazzi che lavorano lontani da casa e spesso si confrontano con alcune difficoltà oggettive, dalla corrente elettrica al clima che magari può non essere semplice da sopportare. La sensazione e la consapevolezza, però, sono quelle di vivere un’esperienza preziosa, da cui imparare molto, un’esperienza, oserei dire, in qualche misura da privilegiati. Ho avvertito chiara questa sensazione, di non limitarsi a dare ma ricevere, ricevere molto. E se consideriamo questi ragazzi, di età compresa tra i venti e i trenta, e consideriamo questa loro consapevolezza, beh è qualcosa che incoraggia e fa ben sperare per il futuro.

Si parla di “altra Africa”: è l’Africa che non si conosce, che le persone ignorano, che non viene raccontata in modo adeguato. Nei tuoi reportage, invece, si percepiscono le storie e tutte le sfumature di un continente tanto complesso quanto affascinante. Come ci riesci?

La premessa è che tutti abbiamo delle idee, dei preconcetti, dei pregiudizi o dei modi in cui ci aspettiamo che gli altri o le altre cose appaiano. A questo bisogna aggiungere che il periodo particolare che viviamo e le difficoltà di un settore in sofferenza come quello dell’editoria determinano tempi brevi e il fatto che meno persone devono occuparsi di più cose: tutti questi fattori possono favorire una “semplificazione” o il fatto di seguire sentieri già battuti di cui si conosce già la destinazione. Ho spesso riflettuto con chi si occupa anche di progetti innovativi sui “modi dell’informazione”, e sul fatto che spesso si privilegino le hard news, notizie o fatti in cui a dominare sono gli aspetti negativi: crisi, conflitti, disastri. 

Sicuramente ognuno ha una sua modalità di racconto e sfuggirvi non è semplice. C’è chi sostiene che la notizia è qualcosa che deve sorprendere e stare al di fuori di un tracciato già noto e che altrimenti non è nemmeno notizia. È importante essere critici col proprio lavoro però l’idea di raccontare ciò che si intuisce avere un valore e un significato e che è meno raccontato oppure ignorato, fa pensare che quel tipo di notizia, quel tipo di testimonianza, quella storia possa e debba essere condivisa.

Nel mondo le notizie sono un’infinità, quindi la scelta è già di per sé un arbitrio: bisogna essere molto attenti nella scelta e procedere con occhi attenti e curiosi. 

In un tuo recente articolo hai parlato del ruolo dei media e di come siano capaci di influenzare la “macchina” degli aiuti umanitari. Anche per questo il tuo impegno è spesso a favore di realtà che, non essendo giganti della cooperazione, fanno fatica a ritagliarsi uno spazio per raccontare e comunicare al grande pubblico?

Ogni giornalista ha il compito di verificare, di garantire la completezza, l’equilibrio, l’onestà e l’accuratezza della notizia. Penso che sia giusto provare a concentrarsi su aspetti di rilievo, aspetti che meritano attenzione rispetto a temi che magari per un lettore possono essere divertenti però non hanno la capacità di sollevare temi rilevanti. C’è tanta attenzione su realtà associative di grosse dimensioni e quindi naturalmente la stampa o la televisione ne parlano e le raccontano. C’è, però, anche una miriade di piccole e medie associazioni che soffrono una scarsa visibilità, non intesa come visibilità per dar lustro all’associazione, ma semplicemente perché parlando dell’associazione e di quello che fa, l’associazione può poi avere più strumenti per farlo meglio. Nel racconto giornalistico l’attenzione può e deve essere posta anche su queste realtà in modo da favorire la sensibilizzazione dell’opinione pubblica e aprire la strada anche a un intervento da parte dei decisori politici, facendo conoscere a più persone possibili queste attività fondamentali e tanto importanti.

Ringraziamo Vincenzo per il tempo dedicato a questa intervista e per descritto volti, luoghi, emozioni e speranze della grande famiglia di Comunità Solidali nel Mondo con parole tanto delicate quanto forti e dense di significato, restituendo un ritratto della Tanzania che porteremo nel cuore per molto tempo.

Sempre avanti con il Programma Epilessia

La particolare rilevanza del modo di concepire la cooperazione e la solidarietà internazionale, rispondendo ai bisogni sanitari più urgenti dei Paesi del sud del Mondo, partecipando così al raggiungimento di un importante obiettivo dei Millennium Development Goals: assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età”

Con queste parole il Presidente dell’Accademia dei Lincei, il Prof. Roberto Antonelli, motivava l’assegnazione avvenuta lo scorso anno del Premio Antonio Feltrinelli 2021 al nostro progetto ‘L’epilessia: la speranza della normalità’. Parole, queste, che non potevano lasciarci indifferenti perché toccavano il senso profondo del nostro impegno quotidiano. 

Un senso e un metodo che sono comuni a tutto il nostro percorso: grazie ai risultati ottenuti con i programmi Inuka, Simama e Kila Siku, grazie alla presenza continua e costante della nostra associazione sul territorio, nel contesto tanzaniano, e grazie al tipo di approccio utilizzato in tutti questi anni (community-based rehabilitation – CBR), è stato per noi possibile arrivare a strutturare un programma di gestione dell’epilessia tanto valido da permetterci di ricevere un premio importante ma soprattutto di veder riconosciuto il ruolo svolto nei programmi di cooperazione internazionale e l’importanza che riveste.

Nell’Africa subsahariana, la Tanzania mostra una delle più alte prevalenze di epilessia (430-480 casi / 100.000 persone) e nelle aree rurali del Paese il numero di persone colpite da questa malattia può essere addirittura da due a otto volte superiore. Particolarmente preoccupante è, poi, il divario di trattamento che nelle zone rurali si stima tra il 40% e il 90%.

Le cause di una situazione così difficile da gestire sono molte, e di varia natura: si va dalla capacità limitata di affrontare il problema da parte dei sistemi sanitari fragili e della distribuzione ineguale delle risorse, alla mancanza o grave carenza di operatori sanitari adeguatamente formati, allo stigma che marchia queste famiglie, per arrivare alla povertà e all’accesso inadeguato ai farmaci.

Il programma di cooperazione internazionale Daima Mbele! – Sempre Avanti si propone proprio di creare un protocollo per la gestione dell’epilessia in Tanzania in grado di costituire un punto di riferimento per l’elaborazione del Piano Strategico Nazionale della Salute e lavora su tre aree di intervento:

a) clinica

b) di formazione 

c) di sensibilizzazione.

Il programma prevede l’apertura di tre cliniche per il trattamento dell’epilessia di bambini con disabilità in Tanzania all’interno dell’Ospedale di riferimento regionale di Ifakara presso il St. Francis Regional Referral Hospital, quello di Wanging’Ombe dell’Inuka Rehabilitation Hospital e di Mbeya presso i Simama Rehabilitation Centers. Nello stesso tempo, è prevista anche la formazione e qualificazione del personale sia per la diagnosi e cura dell’epilessia che per l’adozione di strategie efficaci per combattere lo stigma.

Uno sforzo condiviso, uno slancio d’amore e di cura per farsi carico di situazioni complesse, da gestire con i giusti mezzi e con le giuste capacità: per scoprire tutti i dettagli del programma è possibile visitare la pagina dedicata qui.

Grazie di cuore!

Intervista a Marco Palombi, fotografo in missione.

Fotoreporter romano, dagli anni ’90 viaggia per raccogliere immagini e video per i suoi reportage dal mondo. Le minoranze etniche, i popoli nomadi e i contrasti tra occidente ed oriente diventano il fulcro della sua ricerca fotografica. Dal 2007 pubblica i suoi reportage su La Repubblica e La Stampa”. Tra gli ultimi paesi documentati: Haiti, Somalia, Repubblica Democratica del Congo, Sudan, Ecuador, Nicaragua, Mali, Burkina Faso, Libano, Iran, Oman, Irak, Kazakistan,  Kirghizistan, Tagikistan, Siria, Etiopia e Niger. Per Comunità Solidali nel Mondo ha realizzato i reportage della missione in Tanzania insieme al giornalista Vincenzo Giardina, consultabili qui.

Marco, come hai conosciuto Comunità Solidali nel Mondo?

Quando Vincenzo Giardina, il giornalista che ha condiviso con me l’esperienza in Tanzania, mi ha parlato per la prima volta dell’associazione ancora non conoscevo nulla di voi. Mi è, però, bastato davvero poco per capire: ho approfondito i racconti dei vostri progetti sul sito e sui social, e ho parlato con il vostro Presidente che ha arricchito quei racconti già toccanti, rendendoli impossibili da lasciarseli scivolare addosso. Ho accettato subito la proposta del viaggio perché ho capito che erano cose belle, cose importanti, e insieme a Vincenzo ho deciso di partire per la missione. La cosa che mi ha colpito di più di Comunità Solidali nel Mondo è il lavoro fatto con passione, fatto con il cuore, dedicandosi alle persone più fragili. Avevo già lavorato, molti anni fa, in situazioni simili legate alla disabilità ma ero in Kazakistan e la mia sensazione è che lavorare in questi ambiti nel continente africano sia ancora più complesso. 

Cosa ti ha lasciato di diverso l’esperienza in Tanzania rispetto ad  altri viaggi reportage a cui hai lavorato? E a livello umano, personale, cosa hai imparato da questa missione?

Come dicevo prima, lavorare in certi contesti in Africa è complicato. Mi è capitato spesso di trovarmi in zone ancora più difficili della Tanzania dal punto di vista della sicurezza, come per esempio la Repubblica Democratica del Congo, la Somalia, il Niger, il Sudan o il Burundi. Immaginavo la Tanzania come un Paese più tranquillo e più stabile dal punto di vista economico, politico e sociale. Tuttavia, trovarmi lì, sul campo, a contatto con realtà di disabilità infantile è stata una grande emozione, un’emozione continua. Il lavoro di un’associazione come Comunità Solidali nel Mondo mi ha impressionato: i fisioterapisti locali con il loro impegno costante e i ragazzi del Servizio Civile con i loro racconti mi hanno regalato un’esperienza che non dimenticherò facilmente. Ricordo, in particolare un episodio: ho visto con i miei occhi la zia di un bambino disabile senza più genitori fare chilometri su chilometri nelle montagne vicine a Mbeya per portare il bambino al centro gestito dall’associazione, e i ragazzi mi hanno raccontato che lo fa da anni.

Episodi come questo mi hanno fatto capire che nulla è impossibile, che tutto si può fare se ci sono forza e volontà. Penso ai nostri giovani che hanno tutto, troppo, e non si accontentano mai e immagino quanto bene potrebbe e può fargli un’esperienza come quella del Servizio Civile.

Secondo te è possibile “utilizzare” la fotografia come mezzo di riscatto, aiutando le persone a recuperare una nuova dimensione di sé?

Per me la fotografia è un mezzo importante di espressione e di comunicazione che può, innanzitutto, essere utile a capire sé stessi. Però credo anche che sia importante testimoniare. o denunciare cose che non sono giuste, che non vanno bene, situazioni di soprusi nei confronti dei più deboli. Questa domanda mi fa tornare in mente un vecchio progetto che avrei voluto realizzare ma che purtroppo non ho ancora organizzato: mi sarebbe piaciuto donare ai bambini una macchinetta fotografica. Sarebbe stato bellissimo mostrare il loro punto di vista tutto particolare sulle cose, e fargli raccontare delle storie. Con la fantasia e la creatività che sono proprie di quella età e di quella visione del mondo. 

Quanto conta saper guardare con gli occhi altrui? Ci riferiamo, in particolare, all’esigenza di immaginare le reazioni degli altri dinanzi a scatti rappresentativi di contesti che necessitano di una particolare sensibilità per essere compresi a fondo.

Per me è fondamentale, quando si entra in un contesto di vulnerabilità e difficoltà e bisogna scattare, fare la conoscenza dei luoghi e delle persone che li abitano. Prima di scattare o di girare, la cosa che conta è comprendere la vita di chi sto fotografando, la storia, il passato, quello che vive. Prima di scattare chiedo il permesso, e con voi il processo è stato impeccabile. Ho conosciuto persone dello staff, locale e non, che hanno saputo indirizzarmi, e che erano preparate a creare la giusta situazione per ritrarre volti, storie, sguardi. A volte, in altre situazioni, mi sono sentito spaesato ma questa volta non è successo. Conoscere significa entrare in sintonia, e riuscire a raccontare meglio. Spesso le mie foto non sono foto “semplici”, e a ciò si aggiunge anche la circostanza relativa al fatto che talvolta ritraggo dei bambini. In questi casi le difficoltà si triplicano ed è necessario porvi rimedio subito perché se non si chiariscono alcuni aspetti all’inizio è poi impossibile recuperare in corsa. Cerco di lavorare con rispetto e di riconoscere chi ha voglia o bisogno di raccontarsi. Quello che ricorderò sempre di questo viaggio sono gli sguardi di chi si è conosciuto e riconosciuto nelle mie immagini, perché solo con un lavoro preliminare di questo tipo la fotografia può essere utile a qualcosa e assolvere il suo compito.

Ringraziamo Marco per il tempo dedicato a questa intervista ma ancor più per la grande passione che ha riversato nel suo viaggio in Tanzania e nel racconto di Comunità Solidali nel Mondo.

Cooperazione internazionale: programmi e progetti solidali.

Cosa significa portare avanti un programma di cooperazione internazionale?

Sappiamo bene che a volte è complesso comprendere fino in fondo le tante attività di cui si occupano i nostri centri in Tanzania, per questo abbiamo pensato di riunirle tutte in un racconto trasparente delle nostre visioni di cura e supporto.

Partiamo dalla fine ovvero dall’ultimo programma nato in ordine di tempo.

Daima Mbele! – Sempre Avanti

Programma Epilessia

È un programma di cooperazione internazionale che si propone di creare un protocollo per la gestione dell’epilessia in Tanzania capace di costituire un punto di riferimento per l’elaborazione del Piano Strategico Nazionale della Salute.

Il programma lavora su tre aree di intervento (clinica, di formazione e di sensibilizzazione), prevedendo l’avvio di tre ambulatori a Ifakara, Wangin’gombe e Mbeya per il trattamento dell’epilessia. Lo scopo è formare a vari livelli tutti coloro che nel Paese dovranno occuparsi di epilessia e combattere lo stigma e i pregiudizi sulla malattia. Il progetto in corso Beati i Misericordiosi, con due dei tre ambulatori, si prefigge di fornire gli strumenti necessari alla cura dei pazienti epilettici, portando avanti una strategia formativa in 10 regioni della Tanzania, in partenariato con la ST. Francis University College of Health and Allied Sciences di Ifakara.

Programma Kila Siku

Ogni giorno

Si occupa di bambini e adolescenti con disabilità nella regione di Dar Es Salaam, nella zona orientale della Tanzania (Africa), attraverso percorsi di riabilitazione medico-sanitaria. Abbiamo raccontato molte volte le storie dal centro Kila Siku, perché sono centinaia i bambini che nel corso degli anni hanno visto migliorare la propria situazione grazie alla permanenza nel centro e alla cura degli operatori e dei cooperanti. Una palestra, studi medici, uffici e aule: tutto quello che è all’interno del centro è dedicato non solo alla cura dei piccoli pazienti ma anche alla formazione del personale, per garantire un’assistenza sempre più qualificata. 

All’interno del programma Kila Siku è in corso il progetto “La strada insieme”, incentrato sulla malnutrizione e sulla necessità di combatterla ed eliminarla. Sappiamo quanto sia importante il ruolo della nutrizione soprattutto per bambini che soffrono di disabilità ed è per questo che ce ne occupiamo nel Centro grazie a screening nutrizionali e sanitari mirati a identificarla sin dai primi stadi.

Programma Simama

In piedi

Il programma, operativo nella regione di Mbeya, a sud-ovest della Tanzania si fonda sulla riabilitazione motoria e cognitiva per bambini con disabilità. Ha come obiettivo quello di supportarli, insieme alle loro famiglie, grazie all’inclusione scolastica, al supporto psicologico e alla formazione sulla disabilità. Dal 2013, anno in cui è stato avviato, Simama ha preso in carico circa 550 bambini. “Un pane buono” e “Beati i Misericordiosi” sono i due progetti in corso di Simama che mirano, rispettivamente, a offrire un supporto ai centri SIMAMA nella regione di Mbeya (incrementando le attività formative e sostenendo le attività domiciliari per le famiglie) e a rendere i Centri Simama CBR strutture idonee per l’individuazione e il trattamento della malnutrizione a diversi livelli di gravità. 

Programma INUKA

Alza la Testa

INUKA, da cui tutto è iniziato nel 2007 e da cui prende il nome anche la nostra rivista semestrale, è un programma a favore di bambini e adolescenti con disabilità che si ispira alla Riabilitazione su Base Comunitaria, in partenariato con la Diocesi di Njombe e il Governo Tanzaniano. INUKA rappresenta la nostra “prima pietra”, con i primi passi mossi in un centro diurno a Wanging’ombe, un villaggio rurale nella regione di Njombe. Oggi possiamo dire con orgoglio e commozione che INUKA è, per tutti, il centro di Riabilitazione di riferimento, tanto da essere riconosciuto dalla Tanzania come struttura sanitaria a tutti gli effetti.

Formazione, sensibilizzazione, riabilitazione, inclusione: sono tanti i principi che ci guidano nel percorso costante di cura e assistenza ai bambini con disabilità e alle loro famiglie. Programmi e progetti che, seppure con delle differenze, hanno in comune due tratti distintivi: l’utilizzo del modello CBR – Community Based Rehabilitation che pone l’accento su uno sviluppo inclusivo basato sulla comunità di appartenenza per considerare la persona sempre come una risorsa e l’amore per chi si fida di noi e a noi si affida.

La metà di un anno da ricordare.

Quando si pensa ai resoconti e ai bilanci solitamente si aspetta la fine dell’anno: noi, però, in questi primi sei mesi del 2022 abbiamo vissuto talmente tante emozioni che abbiamo pensato di fare una pausa per raccontarle e per ripercorrerle insieme.

È stato un anno che si è aperto sulla scia del Premio Feltrinelli, assegnato alla fine del 2021 con una cerimonia che ci ha fatto commuovere e che ha visto valorizzato l’impegno di tanti collaboratori nel corso di molti mesi. Il progetto “L’epilessia: la speranza della normalità” è stato premiato per la capacità di rispondere ai bisogni sanitari più urgenti dei Paesi del sud del Mondo. Ed è proprio questo l’obiettivo che ci poniamo con Daima Mbele! – Sempre Avanti, il programma di cooperazione internazionale che si propone di creare un protocollo per la gestione dell’epilessia in Tanzania. 

Un progetto a cui si lega anche la nostra campagna del 5×1000, ancora in corso, “Diamo un nome al tuo 5×1000”. È una campagna che ha alle spalle nomi e storie di bambini e famiglie che ogni giorno si trovano a dover fronteggiare situazioni più grandi delle capacità dei singoli, situazioni che possiamo gestire e migliorare solo insieme.

Così come facciamo nel centro A. Verna Kila Siku di Daar Es Salaam, che da gennaio a giugno ha registrato 78 nuovi bambini, portando così il totale a 588. Non sono solo i numeri a fare la differenza ma vanno ricordati quando è necessario misurare il percorso fatto, capire quali traguardi sono stati raggiunti e tracciare la strada ancora da compiere.

Una strada che quest’anno ha avuto due compagni di viaggio davvero speciali, il giornalista Vincenzo Giardina e il fotoreporter Marco Palombi, che nel mese di maggio hanno attraversato luoghi, volti e storie della nostra Tanzania, dando poi vita a un reportage straordinario consultabile qui.

È stato un anno che ha salutato da pochi giorni il gruppo di ragazzi e ragazze impegnati nel Servizio Civile Universale, al termine di un’esperienza di grande valore personale e professionale. Un’esperienza che farà da traino anche al nuovo gruppo, in arrivo tra qualche settimana e che presto impareremo a conoscere. Un team che cresce e si arricchisce di nuove professionalità, come è successo al programma Simama di Mbeya, che nel 2022 ha registrato l’arrivo in organico di un nuovo coordinatore e di un nuovo fisioterapista, due figure professionali che hanno consentito di organizzare e incrementare la qualità del servizio offerto alla comunità.

Prima della pausa estiva il nostro pensiero va a tutti questi avvenimenti e a queste buone notizie, e ci dà la spinta per raccogliere idee e pensieri per un mese di settembre che sarà un nuovo inizio, tutto da scrivere.

Foto di copertina: Pietro Masturzo.

Intervista a Francesco Di Rosa.

Francesco Di Rosa ricopre il ruolo di primo oboe solista nell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. È considerato uno dei migliori oboisti del panorama internazionale ed è stato Primo oboe solista dell’Orchestra del Teatro alla Scala e Vice Presidente della Filarmonica della Scala, ha suonato nelle sale da concerto più prestigiose del mondo ed è stato diretto dai più celebri direttori d’orchestra (tra gli altri Abbado, Muti, Barenboim,Giulini). Insegna oboe ai corsi di perfezionamento dell’Accademia di Santa Cecilia e All’Accademia Filarmonica di Bologna.

Quest’anno abbiamo condiviso con lui un percorso di collaborazione e di conoscenza, che lo ha portato a sostenere la nostra campagna “Diamo un nome al tuo 5×1000” e in generale tutte le nostre attività. Lo abbiamo intervistato e quello che emerge è il ritratto di un artista e di un uomo di grande sensibilità e partecipazione.

Francesco, cosa significa per te la parola “solidarietà”?

Per me la parola solidarietà ha un senso profondo che racchiuderei in questo: esprimere solidarietà significa riuscire a comprendere i bisogni altrui e dare un aiuto concreto a chi ne ha bisogno. Si tratta di un principio fondamentale per una serena e giusta convivenza all’interno di una collettività.

Sei socio fondatore del movimento Musicians for Human Rights e della Human Rights Orchestra: qual è il ruolo della musica nell’aiutare chi ha più bisogno?

La musica con il suo linguaggio universale comunica grandi emozioni, non fa distinzioni, arriva a tutti nelle sue più svariate forme, e diventa uno strumento eccezionale per sensibilizzare le coscienze e portare messaggi di alto profilo sociale politico e umanitario.

I concerti della Human Rights Orchestra, per esempio, oltre a raccogliere fondi per scopi benefici sensibilizzano il pubblico verso la difesa dei diritti di tutte quelle persone che sono ai margini della società. In questo senso, dunque, la musica svolge un ruolo che riesce davvero ad andare oltre ogni confine e barriera.

Come insegnante di oboe ai corsi di perfezionamento dell’Accademia di Santa Cecilia e dell’Accademia Filarmonica di Bologna hai modo di confrontarti con le generazioni più giovani. In cosa si differenzia, per quella che è la tua esperienza, l’impegno a favore degli altri tra ragazzi e adulti?

La maggior parte dei miei giovani studenti ha un grande cuore e una grande sensibilità. È un tratto che li distingue subito e me ne sono accorto in tanti modi: per esempio, ogni volta che li ho coinvolti in progetti di natura sociale si sono sempre fatti in quattro. Per loro essere solidali è spontaneo e naturale, non è mai un gesto forzato o ragionato.

Come hai conosciuto Comunità Solidali nel Mondo e cosa ti ha spinto a supportare la nostra campagna 5×1000 del 2022 e in generale tutte le attività della nostra associazione?

Conosco benissimo il Fondatore e Presidente dell’associazione, siamo entrambi originari di Montegranaro, un piccolo paese nelle Marche. Grazie a lui ho avuto modo nel corso del tempo di approfondire da vicino l’attività dell’associazione, e tutti i progetti che ha realizzato e che porta avanti. Conoscerla dall’interno mi ha, inoltre, mostrato con chiarezza quanto sia seria e trasparente, e per tutte queste ragioni ho accettato con grande gioia di supportare le attività di Comunità Solidali nel Mondo.

Ringraziamo Francesco per il supporto, per il tempo, per la partecipazione, e per essersi messo al servizio dei nostri progetti di solidarietà. 

Raccontare la Tanzania: la storia di Federica.

Nelle ultime settimane abbiamo imparato a conoscere il Paese che ci ospita, la Tanzania, percorrendo un percorso fatto di storia, politica, società. Siamo partiti dalle origini e arrivati ai tempi moderni, esplorando popoli e personaggi che hanno reso la Tanzania il luogo che è oggi. Per concludere questo viaggio, però, abbiamo pensato che non poteva mancare un racconto più intimo, tutto nostro: ecco perché oggi vi presentiamo la terza tappa, una tappa finale che non si può trovare sui libri di storia, con orgoglio e commozione. 

È la Tanzania che ci racconta Federica, nostra cooperante a Mbeya, che pochi giorni fa ha concluso la sua esperienza lavorativa con la nostra associazione. È lei che ringraziamo per tutto il supporto e l’amore di questi anni, e per averci restituito un’immagine viva, colorata e bellissima di questo Paese.

“Sono arrivata in Tanzania per la prima volta nel 2016. Qui tutto si amplifica: emozioni, paesaggi, saluti come le strette di mano, un vero rituale, con i movimenti in su e in giù e le mani che rimangono lì a stringersi fino a quando non si finisce di parlare, come a cercare una connessione maggiore. Al termine del Servizio Civile, nel 2017, lessi Ebano di Kapuscinski: la sua descrizione della percezione del tempo mi fece tornare sul Daladala o bus, aspettando di arrivare a destinazione, senza sapere quando sarei partita o quando sarei arrivata. Qui l’attesa è passiva solo apparentemente, ma attiva in modo diverso da quello che siamo abituati a vivere e a sperimentare.

Il nostro approccio, quello europeo ma in generale quello occidentale, è legato al tempo impiegato per fare qualcosa di concreto, di produttivo: restare due ore al centro per aspettare i bambini con le loro mamme a volte è così difficile perché il pensiero è che stiamo “perdendo” tempo, qualsiasi cosa perdere tempo significhi. Invece qui si aspetta, si chiacchiera, ci si conosce e l’attesa diventa un momento significativo anche senza fare nulla di concreto. Questa è, per me, una delle cose più belle e anche una di quelle che dimentico più facilmente: sono sempre in movimento, sempre di fretta. Poi, però, mi ricordo di godermi l’attesa, di conoscere la persona che fa la fila con me, di parlare con la bibi (nonna) al mercato.

Una delle cose che mi piace di più, e che tutte le persone della mia famiglia che sono venute a trovarmi hanno notato con positiva meraviglia, è che qui quando incroci qualcuno per strada lo saluti. E non lo saluti perché lo conosci o perché si tratta di un amico o di un vicino di casa. Ci si guarda, ci si sorride, ci si saluta, ci si augura buona giornata. Le strade si incrociano e i legami, le connessioni, si creano e durano l’attimo del saluto, dello sguardo, del sorriso. 

Per me la Tanzania è casa. E in tutti questi anni ho avuto la fortuna di conoscere tante realtà, sia del continente africano (anche se in piccola parte) che, soprattutto, della Tanzania. Lo stereotipo vuole che il continente africano sia e debba essere povero, con villaggi senz’acqua e senza trasporti e bambini abbandonati per strada. Invece, la Tanzania è tanto altro: in alcuni luoghi il progresso corre veloce e si sviluppa, continuando a crescere in maniera esponenziale. I villaggi, certo, ci sono ancora, così come le strade non asfaltate, l’acqua corrente pulita non presente nella maggior parte delle case, e le difficoltà economiche, comprese quelle legate a un sistema sanitario basato sulle assicurazioni che rende difficile l’accessibilità ai servizi primari. 

D’altro canto, però, la palestra che frequentavo era piena di attrezzi, esattamente come quelle italiane, e il corso di step coreografico delle 18 era preso d’assalto da tanta gente che aveva bisogno di fare movimento dopo una giornata in ufficio. 

Lo smartphone è sempre presente, in tutti i momenti della giornata e Instagram è uno dei social più utilizzati per conoscersi e scambiarsi informazioni, tanto da essere usato addirittura dal Ministero della Salute Tanzaniana per diffondere comunicazioni e consigli sulla salute. 

In Tanzania, il turismo locale sta diventando una parte sempre più importante della vita quotidiana e il fine settimana o i giorni di festa diventano un’opportunità per conoscere il proprio Paese e visitare nuovi luoghi.  E se da un lato in alcuni aspetti si pone l’attenzione sul “copiare” l’occidente, o si segue il modello americano, a mio parere in tanti altri la Tanzania si sta sviluppando seguendo la propria cultura, le proprie tradizioni e la propria personalità, così come accade in tanti altri Paesi nel mondo. 

Per esempio, in Tanzania il cibo delle feste, paragonabile alla nostra lasagna, è il pilau, il riso speziato. E quando è festa il pilau è il piatto di tutte le famiglie, indipendentemente dalla classe sociale a cui appartengono. 

Quando si entra in un ufficio governativo, o si partecipa a un incontro con una figura istituzionale, la cosa più importante è sempre dare la mano e salutare almeno per i primi cinque minuti (non importa se tu sia il Presidente della Regione o una persona qualunque, è importante, prima di una qualsiasi conversazione o prima di comprare una banana, chiedere come va la giornata, il lavoro, la salute, la famiglia). 

Inoltre, la conoscenza e l’amicizia con persone locali sviluppate negli anni scorsi mi ha permesso di poter prendere parte a eventi per cui mi sono sentita molto fortunata. Una coppia di miei amici, di una classe sociale medio-alta/alta, lo scorso anno è riuscita a organizzare il loro engagement party, dopo ben sei anni di fidanzamento. Hanno atteso così tanto perché lui non aveva avuto prima la possibilità di pagare la dote di lei alla famiglia. Mi hanno invitata a partecipare a questo incontro, a cui erano presenti i familiari maschi di lei, lo zio di lui, la mamma, le sorelle e la zia. Eravamo tutti seduti nel salone di casa e non solo ero l’unica “mzungu“(straniera), ma ero l’unica persona che non faceva parte della famiglia.

Ci siamo tutti presentati, e poi lo zio di Cosmas lo ha presentato ufficialmente alla famiglia di Stella. Tutti si conoscevano già da anni ma da tradizione quando c’è l’ufficialità del pagamento della dote e quindi del matrimonio le presentazioni devono essere ufficiali e i discorsi abbastanza lunghi da sottolinearne l’importanza.  

Infine, come la tradizione Kienyekyusa vuole (kienyekyusa è una delle etnie della regione di Mbeya), abbiamo tutti mangiato insieme, tanto pilau appunto, carne (non può mancare nei giorni importanti) e ovviamente kachumbali, perché pomodori, cipolle e cetrioli sono sempre buonissimi!”

Ringraziamo Federica per averci fatto viaggiare con la fantasia, per averci raccontato e permesso di vivere la “vera” Tanzania, e per tutto quello che ha dato a Comunità Solidali nel Mondo e alle persone incontrate nel tempo.

Grazie Federica!

Raccontare la Tanzania: seconda parte.

Nello scorso appuntamento con il nostro viaggio nel meraviglioso Paese che ci ospita, la Tanzania, abbiamo affrontato tutte le tappe di un lungo excursus nella storia e nella politica tanzaniana, dalle origini fino al secondo conflitto mondiale. Oggi facciamo qualche passo in più, per scoprire cosa è successo fino ai giorni nostri.

Abbiamo lasciato la Tanzania sotto il controllo della Gran Bretagna: la svolta avviene nel 1954 quando Julius Nyerere, un istitutore cattolico, crea la TANU (Tanganyika African National Union). 

Qualche anno dopo, nel 1960, vince le elezioni e diventa Primo Ministro: la Tanzania conquista la sua indipendenza l’anno seguente e Nyerere diventa la personalità più famosa e importante del Paese in questa sua nuova veste. 

Parallelamente, Zanzibar è al centro di grossi sconvolgimenti: ottiene l’indipendenza due anni dopo, nel 1963, scoppiano molti tumulti e il sultano deve fuggire. Così, nel 1964 Tanganica e Zanzibar si uniscono e formano la Repubblica Unita di Tanzania.

Nyerere ebbe tra i suoi obiettivi quello di riformare la società tanzaniana nel suo profondo, cercando di sganciarne abitudini e impostazioni legate agli effetti del colonialismo: il suo progetto di rinnovamento, che interessava tutte le sfere della vita pubblica, da quella culturale alla politica, prese il nome di Ujamaa che in swahili significa “famiglia estesa”. 

Il Presidente sosteneva, infatti, che l’urbanizzazione, figlia del colonialismo, aveva influenzato negativamente la tradizionale società rurale africana ed ebbe come obiettivo primario, da perseguire con lui al potere, quello di ristabilire comunità agricole e tradizionali, per recuperare un approccio di rispetto reciproco e il ritorno a una vita stabile, ponendo il villaggio rurale come unità fondamentale della società e dell’economia del Paese. 

Il desiderio più forte di Nyerere era, infatti, quello di portare la Tanzania all’autosufficienza, posizionandola come esempio di socialismo africano in contrapposizione con il vicino stato del Kenya, che invece correva veloce verso la logica del capitalismo internazionale.

Julius Nyerere, oltre a essere stato il Primo presidente, fu un teorico del socialismo africano e la Tanzania sotto la guida ebbe appunto un impostazione socialista. Decise di ritirarsi in occasione delle elezioni presidenziali del 1985 ma continuò comunque a esercitare una forte influenza sulla vita politica tanzaniana fino alla sua morte, avvenuta nel 1999.

Oggi il Presidente della Tanzania è una donna, Samia Suluhu Hassan, esponente politico del Partito della Rivoluzione: ha sostituito il precedente presidente, John Magufuli, scomparso il 17 marzo 2021.

Nel prossimo e ultimo racconto della Tanzania avremo una testimonianza davvero speciale, che di questo straordinario Paese ci farà scoprire tante cose da ricordare.

Essere un fisioterapista in Tanzania.

La nostra associazione, con i suoi progetti, i centri, le persone, ha tante anime diverse. Conoscerle è sempre molto stimolante perché restituisce la grande passione che ognuno dei collaboratori o dei cooperanti mette nel lavoro di ogni giorno.

Per questo siamo felici di ospitare sulle pagine del nostro blog l’intervista che Martina, cooperante del Centro Antonia Verna Kila SIku, ha fatto a Joseph Msaka, fisioterapista e responsabile del dipartimento di Outreach del centro: un’intervista che fotografa la situazione attuale in tema di riabilitazione e diritti delle persone con disabilità in Tanzania.

Ciao Joseph, innanzitutto grazie per aver accettato di prendere parte a quest’intervista. Iniziamo subito con una curiosità: quando e perché hai deciso di diventare fisioterapista? La domanda nasce dal fatto che, contrariamente a quanto si possa credere, la tua non è una scelta convenzionale nel contesto tanzaniano. Secondo le ricerche, infatti, l’unico centro di formazione con percorso universitario presente in Tanzania si trova a Moshi, nel nord del Paese, e riesce a preparare non più di 35/40 fisioterapisti e terapisti occupazionali ogni anno, un numero davvero irrisorio per le necessità del territorio.

Nell’ultimo anno di liceo ho partecipato a un progetto di ricerca sul tema della malaria: grazie a quella esperienza, nel corso del tirocinio all’interno dell’ospedale ho conosciuto un fisioterapista, ed è stato uno di quegli incontri che ti cambiano la vita per sempre. Mi sono appassionato e ho iniziato a seguirlo, a osservarlo sul lavoro ogni volta che potevo. Mi è stato da subito chiaro che questa sarebbe stata la mia professione e così, quando mi ritrovai a scegliere l’ università a cui iscrivermi, non ho avuto dubbi. 

Prima di venire a lavorare nel centro Verna hai fatto parte del team di fisioterapisti della squadra di calcio Simba, una delle più titolate del Paese. Perché hai deciso di lasciare l’incarico e intraprendere il percorso per diventare fisioterapista pediatrico?

Ho lavorato con la squadra per circa un anno ed è stata un’esperienza molto gratificante e arricchente che mi rende ancora oggi orgoglioso e che mi ha permesso di crescere e raggiungere un traguardo importante per la mia carriera. Tuttavia, non era abbastanza e non mi sentivo pienamente realizzato, poiché da sempre nutrivo il sogno e il desiderio di lavorare con i bambini. La relazione che si instaura con loro va ben al di là del rapporto fisioterapista-paziente e vedere gli enormi risultati che si possono raggiungere insieme con la riabilitazione mi rigenera e allo stesso tempo rappresenta per me una grande spinta motivazionale a migliorare sempre di più le mie competenze, dandomi prova che la scelta di cambiare è stata quella giusta.

Nel Centro Verna ci confrontiamo ogni giorno con moltissime tipologie di disabilità per le quali la fisioterapia gioca un ruolo chiave, soprattutto nella gestione di patologie complesse che se non trattate in modo opportuno e corretto tendono a cronicizzare. In un contesto difficile come il nostro, in cui spesso ci si scontra con la mancanza di risorse e di sensibilizzazione sul tema della disabilità, cosa significa per te praticare, diffondere ed educare all’importanza della fisioterapia? 

Molti medici e professionisti sanitari del settore non riconoscono ancora il ruolo della fisioterapia nella prevenzione, cura e riabilitazione del paziente per il recupero funzionale di molte disabilità. Tale lacuna nell’assistenza e nel trattamento di determinate patologie favorisce il cronicizzarsi di alcune condizioni cliniche altrimenti curabili, soprattutto in ambito pediatrico.

Credo che in un Paese dove il servizio sanitario è carente e rimane accessibile solo a pochi eletti, la fisioterapia e la tempestiva presa in carico dell’individuo con disabilità a opera di strutture come la nostra sia fondamentale, anche per ragioni economiche. Sostenere le spese per la riabilitazione dei figli in ambito ospedaliero, infatti, può essere molto oneroso ed è inevitabile che le famiglie si trovino costrette a compiere un’amara scelta, preferendo garantire le terapie ritenute “essenziali”, a discapito della fisioterapia.

Aumentare la consapevolezza sull’importanza del nostro ruolo sanitario e comunitario è un elemento essenziale del mio lavoro e in futuro mi auguro, nel mio piccolo, di poter favorire e contribuire a quei processi di cambiamento necessari a colmare l’attuale gap.

Proprio a proposito della questione economica di cui parlavi, non possiamo non ricordare che questo è uno degli aspetti cardine della CBR, la riabilitazione su base comunitaria le cui linee guida sono alla base della metodologia adottata dal nostro centro.

La disabilità è una condizione che non riguarda solo l’individuo, ma coinvolge e interessa la comunità nel suo insieme. L’approccio CBR è in questo senso una risorsa chiave per attuare efficacemente il Disability Act del 2010 e dare potere alle persone con disabilità nella creazione di società inclusive. Purtroppo in Tanzania siamo ancora molto lontani dal raggiungimento di tale obiettivo. Nel nostro centro però, quando accogliamo un bambino nuovo, cerchiamo di avvicinarci a lui valutandolo nella sua interezza e adottando uno sguardo multidisciplinare, allo scopo di elaborare piani individuali capaci di offrire soluzioni e terapie che lavorino a tutti i livelli e che possano al contempo contribuire al reinserimento sociale delle persone con disabilità all’interno delle comunità di appartenenza. Personalmente abbraccio e condivido nel profondo l’approccio della CBR, in quanto posso testimoniarne l’efficacia così come i risultati tangibili ottenuti dai nostri pazienti.

Nell’ultimo decennio i governi hanno dimostrato sempre più il loro impegno per i diritti delle persone con disabilità attraverso la promulgazione di politiche sociali specifiche. Tra questi, la Repubblica Unita di Tanzania, oltre a essere firmataria della Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità (CRPD), ha preso un impegno pubblico attraverso una serie di meccanismi politici e piani governativi, come quelli previsti per esempio dal Disability Act che hai citato tu poco fa. A volte, però, i principi e le promesse fatte nei documenti politici non si riflettono in azioni dirette per i beneficiari e a oggi, quando parliamo di disabilità resta il divario tra gli ideali politici e la realtà dei fatti. Cosa ne pensi?

La maggior parte delle persone con disabilità, le loro famiglie, i caregiver, non sono a conoscenza di questa legge e di come lo Stato si sia da tempo formalmente impegnato per promuovere i diritti delle persone con disabilità che di fatto si ritrovano ancora a essere sottorappresentate, emarginate ed escluse dalla società. Per questo il lavoro di sensibilizzazione, educazione e promozione dei diritti inizia dalle famiglie, dai bambini, dagli utenti del centro, e prosegue nelle scuole, negli ospedali, durante gli eventi comunitari. Da anni, per esempio, organizziamo incontri e formazioni rivolti a docenti, personale sanitario, cittadini, ma soprattutto a studenti e studentesse di tutte le età. È importante che le future generazioni siano parte attiva del cambiamento e diventino insieme a noi promotori di giustizia sociale, nel tentativo di costruire scuole, contesti urbani e società sempre più capaci di saper includere anziché emarginare.

Cosa ti auguri per il futuro del Centro Antonia Verna?

Spero semplicemente che riusciremo a portare avanti il lavoro iniziato tre anni fa. Continueremo a promuovere e proteggere i diritti umani di tutte le persone con disabilità, cercando di migliorarci, offrendo un servizio riabilitativo sempre più specializzato e di qualità, e contribuendo a costruire un mondo in cui le persone con disabilità siano viste non più come un limite o un ostacolo ma come fonte di arricchimento e crescita. Mi auguro, infine, che il nostro centro possa diventare un punto di riferimento non solo per la città di Dar es Salaam, ma anche per tutto il Paese. Colgo l’occasione per ringraziarvi per aver raccolto la mia testimonianza, di fisioterapista e di cittadino tanzaniano.

Siamo noi a dover ringraziare Joseph per aver speso del tempo con noi e per il lavoro quotidiano al Centro Antonia Verna, e Martina, che ha voluto raccontare una storia di passione, capacità e consapevolezza. 

Foto copertina: Valerio Topazio.

Una storia di famiglia.

Il primo giugno si celebra la Giornata Internazionale del Bambino. È stata istituita a Ginevra nel 1925, durante la Conferenza Mondiale sul benessere dei bambini, con l’obiettivo di focalizzare l’attenzione sulle tante situazioni di dolore che i bambini subiscono nel corso della loro infanzia.

Lo scopo di una celebrazione di questo tipo è quello di sollecitare risposte dal mondo degli adulti, da coloro che hanno la capacità e la possibilità di alleviare o mettere fine a quelle sofferenze. Le prime persone a cui un bambino si rivolge sono i genitori e non è una coincidenza che proprio oggi si celebri anche un’altra ricorrenza fondamentale: la Giornata mondiale dei genitori. È stata istituita dalle Nazioni Unite nel 2012, per sottolineare proprio il ruolo imprescindibile dei genitori in quel percorso di cura e protezione dei bambini che si chiama crescita.

Per ricordare queste due celebrazioni così significative e tanto strettamente legate, abbiamo deciso di raccontarvi la storia di Faraja, Nicolina e Rosemary. 

Faraja è una bambina di dieci anni di Mbeya, il cui nome significa letteralmente “alleviamento, consolazione” che purtroppo inizia sin da subito a scoprire le brutture del mondo: dopo l’abbandono della madre, a soli tre mesi è vittima di un episodio di violenza perpetrato da alcuni giovani della città. 

La piccola sopravvive per miracolo e viene soccorsa da una vicina di casa, Rosemary, che decide di prendersene carico facendo subito partire le pratiche per l’affido e diventando così, a tutti gli effetti, la sua caregiver/madre adottiva. A Faraja poco dopo viene amputata una gamba a causa di un’infezione e così inizia il suo lungo percorso riabilitativo, che si affianca all’applicazione della protesi.   

Dopo qualche anno, Rosemary viene a conoscenza di un’altra situazione difficile tra i bambini del suo vicinato: la piccola Nicolina, figlia di una coppia giovane che la rifiuta a causa di un importante problema di salute della bambina, che è affetta da una tetraplegia spastica, probabilmente conseguente a una paralisi cerebrale. Nicolina non cresce come i suoi coetanei, non è in grado di controllare il capo né di stare seduta, non riesce a mangiare da sola o parlare. Per la maggior parte del tempo, Nicolina resta sola in casa, a letto, senza potersi muovere poiché da sola non è in grado di farlo. 

La piccola Nicolina presenta piaghe da decubito causate dalla prolungata immobilità e ha retrazioni muscolari importanti che rendono difficile trasportarla sulla schiena come solitamente si usa fare in Tanzania. Rosemary non può restare indifferente: chiede ai genitori di potersi prendere cura della bambina, di poterle far fare gli esercizi, e racconta dell’esperienza con Faraja. I genitori naturali della piccola Nicolina accettano, nominando Rosemary tutrice al cento per cento della bimba. 

Dopo pochi anni e nuove situazioni di violenza subite, Rosemary capisce che è il momento di lasciare Mbeya e parte con le figlie alla volta di Dar es Salaam, una città ricca di servizi e più adatta a seguire due bambine particolarmente bisognose di cure e attenzioni come Nicolina e Faraja.

Oggi la famiglia vive nel quartiere di Kawe, nei pressi del nostro centro, ed è proprio da noi che la “nonna” si reca quotidianamente sia per la fisioterapia di Nicolina sia per un progetto di inserimento di Faraja che sta imparando alcune attività della vita quotidiana come cucinare, creare oggetti di artigianato, pulire e riordinare. 

A questa straordinaria famiglia stiamo dando tutto il sostegno che possiamo, e i risultati sono davvero ottimi: la piccola Nicolina è cresciuta di più di due chili in un mese grazie ai counseling e agli aiuti alimentari, le retrazioni muscolari sono diminuite ed è molto più interattiva rispetto all’inizio del percorso riabilitativo. Faraja è stata inserita nell’ambiente del centro ed è autonoma anche nella preparazione di pasti, il che la rende un supporto concreto alla nonna che si prende cura da sola di tutto il nucleo familiare.  

Un proverbio africano dice che per educare un bambino serve un intero villaggio, evidenziando la profonda importanza rivestita dalla comunità non solo in contesti rurali ma anche in aree urbane.

Raccontare una storia come quella di Faraja e Nicolina ci ricorda che la vita può essere crudele e ingiusta ma poi può ripagarci donandoci la presenza di veri e propri angeli custodi come Rosemary.

Se Faraja e Nicolina rappresentano i bambini da proteggere e tutelare e Rosemary rappresenta il genitore che si fa famiglia, e riporta alla vita chi, altrimenti, sarebbe stato dimenticato.

Ringraziamo il nostro centro Antonia Verna Kila Siku per aver raccolto e raccontato con rispetto e devozione una storia così delicata, che ci ricorda quanto è importante non distogliere mai lo sguardo dal nostro prossimo e imparare a prendercene cura con il mezzo più importante di cui disponiamo: l’amore.

Le tappe di una missione.

Asante.

Ci sono tante parole che potremmo usare per iniziare un racconto complesso e affascinante come quello che vogliamo condividere oggi con voi.

Asante, però, ci sembra la più adatta. Significa “grazie” in swahili, e l’abbiamo scelta per esprimere la nostra riconoscenza per una missione un po’ diversa da quelle che organizziamo nel corso dell’anno. Ogni volta che viviamo la Tanzania, ogni volta che tutto il nostro staff si ritrova insieme, la sensazione è sempre quella di non riuscire a contenere tutto.

Questa volta, invece, abbiamo avuto uno strumento in più per non perdere neppure un attimo di giorni significativi, da ricordare. Insieme a noi, infatti, c’era Vincenzo Giardina, giornalista di Dire Italia, un amico e un compagno di strada che con il suo reportage ha contribuito a rendere indelebile ogni momento vissuto insieme.

Con Vincenzo e parte dei nostri cooperanti abbiamo incontrato nuovamente Marco Lombardi, Ambasciatore italiano in Tanzania, che ha sottolineato e ribadito con fermezza la presenza “corale” dell’Italia sul territorio. Una presenza in grado di creare opportunità economiche e sostenibilità  sociale, una presenza che rappresenta il risultato di mondi che si intersecano in armonia, lavorando insieme per costruire.

Così come fa don Tarcisio Moreschi, sacerdote italiano in Tanzania dal 1993 che ha raccontato con amore e devozione uno dei nostri progetti di cui è fondatore, inaugurato nel 2011 con la diocesi di Njombe e il governo della Tanzania. Un progetto, Inuka, a cui Don Tarcisio associa la solidarietà come parola chiave. Una parola che guida l’agire di tutti gli operatori e i cooperanti, e che qui fa da collante per una comunità che è, ancora prima di ogni altra cosa, una comunità di bambini. Tanti bambini che si sostengono l’uno con l’altro e che insieme affrontano le difficoltà  di ogni giorno.

Quando pensiamo a luoghi così lontani da noi, anche solo geograficamente, spesso ci soffermiamo solo su alcuni aspetti e solo alcune notizie prendono il sopravvento. Lo ha sottolineato nel corso del nostro viaggio padre Furaha, a capo del dipartimento di Caritas per gli Aiuti umanitari e l’emergenza, che a Vincenzo ha raccontato gli sforzi concentrati sul Covid-19 e la noncuranza nei confronti di altre patologie, come l’Aids e le malattie legate all’acqua. Padre Furaha ha mostrato anche le nuove strutture in costruzione che sono parte del progetto Simama, e che serviranno ad ampliare l’impegno nei servizi di riabilitazione, nel progetto sull’epilessia e nel lavoro di sensibilizzazione e culturale.

E poi ancora, sempre in viaggio, in un cammino che prosegue e arriva a Kila Siku, il centro di riabilitazione su base comunitaria di Dar es Salaam, realizzato da Comunità  solidali nel mondo e gestito dalle Suore di Carità  dell’Immacolata concezione d’Ivrea. Un centro in cui tutti si impegnano per trasmettere fiducia ai bambini e alle loro famiglie, dai fisioterapisti ai terapisti locali, dai giovani del Servizio civile ai nostri cooperanti.

Asante, kila siku, simama, ujamaa: quello di Vincenzo Giardina è un racconto che si snoda attraverso parole lontane che pian piano diventano familiari, e che evocano sensazioni ed emozioni di coraggio, determinazione, forza di volontà. Un racconto che continueremo ad arricchire di storie, volti, e nomi, affinchè si possa testimoniare ancora l’impegno per il futuro e la strada percorsa nel passato, per ritrovarsi in un presente di grande speranza.

Diamo un nome al tuo 5×1000.

Kevin è un ragazzo che compirà 13 anni tra pochi mesi: soffre di epilessia.

Abbiamo deciso di nominare Kevin ma potremmo citare tanti altri nomi, perché tanti sono i bambini che Comunità Solidali nel Mondo potrà curare in uno dei tre ambulatori che saranno dedicati proprio a questa malattia.

Kevin non è un numero, è un ragazzo che può migliorare le proprie condizioni di vita grazie al supporto di chi compie una scelta di cuore. 

Scegliere di destinare il 5×1000 a Comunità Solidali nel Mondo, infatti, significa destinarlo a Kevin e agli oltre cinquemila bambini con disabilità presi in carico negli anni dalla nostra associazione, con un supporto costante che si estende anche alle loro famiglie. 

“Non è illimitata la nostra potenza, ma non è neanche nulla”. 

Questa frase ci colpì molto quando la leggemmo un paio di anni fa: a scriverla fu Sofia, neuropsichiatra, in una riflessione legata al senso di sconforto che talvolta può sopraggiungere quando ci si trova di fronte a situazioni che vorremmo gestire in modo diverso da quello che poi ci è consentito. Sofia non aveva potuto garantire a uno dei nostri bambini un ricovero ospedaliero ma la sua determinazione nel prendersene cura l’aveva comunque portata a non abbattersi e a cercare di intervenire intanto modificando la terapia antiepilettica del bambino per curarlo in modo più adeguato e poi istruendo la famiglia su come intervenire nel trattamento domiciliare. Oggi Sofia coordina l’avvio dei tre ambulatori specializzati nella cura dell’epilessia nelle nostre sedi in Tanzania.

Come lei, anche tutti noi, nella nostra attività quotidiana in Tanzania, spesso ci fermiamo a riflettere su quanto vorremmo fare, sulle risorse economiche e umane che vorremmo impiegare nei nostri progetti. Lo facciamo perché i bambini con disabilità, i bambini malnutriti, e i bambini che soffrono di epilessia che assistiamo, hanno bisogno di tanto, hanno bisogno di tutto. A volte ci sembra di non fare abbastanza perché non abbiamo abbastanza tempo e disponibilità ma poi ci rimbocchiamo le maniche e i nostri volontari, i nostri cooperanti e tutti coloro che lavorano nei nostri centri riescono a dare più del loro massimo, più del loro meglio. 

Per poter dare ancora di più ai nostri bambini e alle nostre famiglie abbiamo bisogno anche di te.

Scegliere di destinare il 5×1000 a Comunità Solidali nel Mondo a te non costa nulla ma per Kevin, Joela, Samir e tanti altri bimbi è tuttoÈ una scelta che fa la differenza, soprattutto se non la si compie. 

Scegli di fare la differenza: scopri qui come

Raccontare la Tanzania: prima parte.

A volte, quando ci confrontiamo con realtà anche solo geograficamente molto distanti da noi, possiamo avere qualche difficoltà nel comprendere gesti e comportamenti delle persone, così come le caratteristiche del luogo in cui vivono.

È per questo, per portarvi in modo consapevole nella realtà che i nostri cooperanti si trovano a dover vivere e gestire quotidianamente, che abbiamo deciso di farvi fare un viaggio con noi in Tanzania. Sarà un’avventura a tappe, in cui affronteremo tanti aspetti del meraviglioso Paese in cui operiamo e in cui scopriremo date importanti, curiosità, luoghi e avvenimenti.

Partiamo da un excursus storico che ci restituisce il quadro di una terra occupata e colonizzata per diverso tempo da diversi popoli: tra i primi ci furono arabi e persiani, dediti al commercio e molto interessati alle merci reperibili nel continente africano. La permanenza araba, che si protrasse per molto tempo, ebbe diversi effetti nel corso dei secoli: uno fra tutti fu la lingua, il kiswahili, nato proprio dalla commistione di lingua di origine bantu (usata dalle etnie locali), araba e indiana.

Alla fine del XV secolo, invece, furono i portoghesi ad arrivare in Tanzania: si stabilirono sulla costa perché i loro interessi erano legati alla ricerca e all’individuazione di basi logistiche da usare agevolmente nel commercio con le Indie. Furono diverse le basi portoghesi lungo la costa e restarono in opera fino alla fine del XV secolo: poco dopo, infatti, sia la costa che le isole passarono sotto il controllo del Sultano dell’Oman. A dare ancora più forza a questo controllo arrivò l’appoggio britannico: la Gran Bretagna, infatti, concesse il suo sostegno all’Oman, ricevendo in cambio l’abolizione della schiavitù in Africa Orientale. 

Sempre grazie al supporto della Gran Bretagna, il controllo sul territorio del Sultano dell’Oman si ampliò, arrivando per la prima volta nell’entroterra tanzaniano e non fermandosi alla costa e alle isole come era accaduto inizialmente.

L’Ottocento fu il secolo delle grandi spedizioni: la Tanzania fu oggetto, come tutti i territori del continente africano, di spedizioni di scoperta compiute dagli europei. Se in passato erano stati i portoghesi, come abbiamo scritto poc’anzi, a colonizzare costa e isole tanzaniane, in questo periodo fu la Germania a essere protagonista di un’esplorazione significativa del territorio tanzaniano. In questo clima e nonostante le proteste del Sultano dell’Oman, la Tanzania continentale, denominata Tanganica, venne definitivamente assoggettata alla Germania. I tedeschi ne mantennero il controllo fino alla fine della Prima Guerra Mondiale, unitamente a Ruanda e Burundi: nel 1885 era nata, infatti, l’Africa Orientale Tedesca. Un aspetto importante della dominazione tedesca fu quello legato allo sviluppo del Paese: l’influenza della Germania in questo caso fu importante perché contribuì al miglioramento delle infrastrutture e delle tecniche di coltivazione.

Con il secondo conflitto mondiale e la sconfitta tedesca, tuttavia, venne meno anche la sovranità della Germania sulle colonie africane e, mentre il Rwanda passò al Belgio, la Tanzania vide tornare la sovranità britannica che aveva accompagnato il periodo legato all’Oman.

Cosa sarà successo dopo?

Per continuare questo avvincente viaggio attraverso storia, cultura, tradizioni e territorio restate con noi: nel prossimo episodio parleremo di tutti quegli accadimenti che hanno portato la Tanzania a diventare il Paese che conosciamo oggi.

Notizie da Mbeya: racconti da Simama.

Formazione continua: se dovessimo scegliere una sola espressione per descrivere le attività quotidiane del nostro staff Simama forse questa sarebbe la più adatta. 

Formarsi quotidianamente, infatti, permette di migliorare le proprie competenze e conoscenze e di offrire, così, un servizio di riabilitazione di qualità, che nel tempo evolve e si migliora.

La formazione si estende a vari ambiti: per esempio, per migliorare la reportistica delle attività già dal 2020 sono stati digitalizzati tutti i dati inerenti i centri, per tenere traccia in modo efficiente delle varie attività svolte ma soprattutto dei progressi registrati.

Un altro aspetto fondamentale di Simama è rappresentato dai genitori dei bambini di cui ci si prende cura. Per rendere sempre più protagonisti le mamme e i papà, e per consentirgli di sentirsi parte attiva di un percorso tanto importante e significativo, negli ultimi due anni lo staff Simama ha deciso di formalizzare la creazione di un gruppo di genitori per ogni centro. Ogni gruppo poi, al suo interno, ha eletto un rappresentante che, nel corso del tempo, si è fatto portavoce di ogni situazione meritevole di attenzione nella vita quotidiana del centro. Sia che si tratti di problematiche da affrontare che di suggerimenti per migliorare le attività e la gestione ordinaria, strutturare un sistema organizzativo e di comunicazione come questo ha portato molti vantaggi tra cui, quello fondamentale per noi, di creare una struttura inclusiva e partecipata.

Il ruolo dei genitori va incoraggiato e tutelato in ogni sua manifestazione, e iniziative come questa hanno il pregio di facilitare anche la comunicazione con lo staff, rendendola più agevole e immediata. 

A Simama non ci si annoia mai. Le attività quest’anno sono davvero tante e grazie agli sforzi concentrati sui progetti di malnutrizione ed epilessia, sono stati organizzati diversi incontri. Inizialmente si è proceduto con la formazione degli operatori locali e successivamente si è proseguito con le prime valutazioni, grazie anche all’ingresso e al supporto di un nuovo medical doctor e di una nutrizionista, che consentiranno di farle proseguire regolarmente nel corso dell’anno. 

Inoltre, il 2022 ha portato una doppia buona notizia: l’arrivo in organico di un nuovo coordinatore e di un nuovo fisioterapista ci permetterà di organizzare e incrementare la qualità del servizio che offriamo alla comunità. Infine, lo scorso 8 marzo tutti i lavoratori e i volontari che operano per Simama hanno partecipato alla manifestazione dedicata alla Giornata internazionale della donna. Si è trattato di un momento molto importante per Simama e per le mamme dei centri, che hanno avuto la possibilità di esporre i prodotti creati dalle mamme dei centri. 

Siccome, però, non c’è voce migliore che quella dei cooperanti e dei volontari per raccontare Simama, abbiamo chiesto direttamente a loro di esprimere un pensiero su questa esperienza così significativa.

Aldo: “Posso considerare la mia esperienza di servizio civile fino a questo momento come una grande opportunità formativa, capace di regalare tantissime emozioni differenti. È un’esperienza che permette di integrarsi in un contesto diverso da quello a cui si è generalmente abituati. La cosa bella è proprio quella di mescolarsi nella cultura, imparando la lingua e i costumi del posto lasciandosi incantare dai luoghi e dalle persone che lo caratterizzano”.

Giovanni: “Nonostante le difficoltà sto imparando a convivere con altre persone, scoprendo qualcosa di nuovo ogni giorno che passa”.

Mafalda: “Dove c’è la volontà c’è la strada”.

Kitula: “La felicità è vera solo se condivisa”.

E noi non possiamo che condividere queste parole sincere, che dal cuore partono e al cuore arrivano. Ringraziamo tutti i volontari e tutti gli operatori che ogni giorno si impegnano per migliorare sempre e per garantire ai nostri bambini la migliore assistenza possibile.

Kila Siku, ogni giorno accanto ai bambini disabili e alle loro famiglie in Tanzania.

Tre anni fa, il 14 febbraio 2019, veniva inaugurato il centro Kila Siku a Dar es Salaam. Non è un caso che l’apertura ufficiale del centro si sia tenuta proprio il giorno in cui, universalmente, si celebra l’amore: tutto è permeato d’amore a Kila Siku.

Lo è l’intero centro, la prima struttura di riabilitazione e la più grande dei quartieri popolosi della zona sud di Dar es Salaam, che allora, su una popolazione di 6 milioni di abitanti, contava più di 340.000 persone disabili.

Lo sono gli spazi riservati ai trattamenti individuali di cognitive e speech therapy, lo studio per le visite mediche e le stanze dedicate alle attività di formazione per i genitori, che così possono conoscere meglio i loro bambini e capire come stargli accanto nel modo migliore. 

Lo è la palestra, intitolata a Giancarlo Fratocchi, medico di grande spessore ma prima ancora amico fraterno di Comunità Solidali nel mondo, che aveva fortemente voluto questo posto e che noi ritroviamo ogni giorno nei progressi dei bambini e nei loro sorrisi. 

Non da ultima, è permeata d’amore anche la segreteria per l’accoglienza, che svolge un ruolo fondamentale: gestire i primi, delicati, momenti nel centro dei nuovi arrivati, che solo nel 2021 sono stati 75.

Kila Siku, però, oltre a essere fatto di posti è fatto anche e soprattutto di persone: sono quei pilastri che reggono il centro insieme Congregazione delle Suore di Ivrea, nostro partner locale e alla cui fondatrice, Antonia Verna, è intitolato il centro, a cui oggi vogliamo dare spazio e voce.

Valentina, volontaria Servizio Civile.

“Tornare a Dar es Salaam è stata un’emozione molto forte. Nel breve tempo qui trascorso due anni fa avevo capito che una parte di me non sarebbe più stata in pace se non fossi tornata: ne ho avuto la conferma rivedendo i volti, i luoghi, ritrovando i colleghi, le suore e i bambini, cresciuti e anche migliorati dal punto di vista delle autonomie. Il centro in questi due anni è migliorato sotto ogni aspetto, frutto del lavoro continuo e instancabile di chi sta “dietro le quinte”: proprio questa filosofia mi ha fatto innamorare del progetto e dell’idea che lo muove. 

Niente protagonismo, niente eccessiva centralità del bianco che va in Tanzania a “salvare” la situazione ma tanta collaborazione, voglia di comprendere le ragioni delle cose e di lavorare insieme. In questa esperienza sento di aver la possibilità di imparare davvero tanto: dall’inizio del mio periodo qui, mi sento più flessibile, più aperta a possibilità differenti, più pronta al dialogo e più paziente. Gli stimoli sono continui e sempre nuovi, dall’imparare la lingua all’immergersi nella cultura locale, questa esperienza è davvero un viaggio dentro di sé prima che alla scoperta dell’esterno”. 

Valerio, fisioterapista e e Technical Advisor del Centro A. Verna Kila Siku.

“Quest’anno mi sto rendendo conto dell’importanza di lavorare sull’empowerment, sull’indipendenza del centro e dei lavoratori. Quest’obiettivo era già presente al centro Inuka di Wanging’ombe durante il mio primo anno in Tanzania, ma non gli riconoscevo lo stesso merito. Probabilmente è accaduto da un lato perché Inuka è già presente sul territorio da più di dieci anni e quindi aveva operatori formati e già indipendenti nell’attuazione del piano riabilitativo mentre il centro Antonia Verna CBR di Dar es Salaam è attivo da qualche anno e quindi ancora in continua crescita. In secondo luogo, mi sono reso conto, analizzando l’esperienza pregressa, di avere una consapevolezza diversa che mi ha fatto capire quali sono stati gli errori del passato. 

Non è facile cambiare ritmo, stare al passo di un lavoratore che sta imparando nella sua modalità di apprendimento: comporta pazienza e tempo. I lavoratori, però, sono i protagonisti del centro, bisogna affiancarli e non sostituirli, perché loro continueranno a essere presenti quando qui la nostra esperienza si concluderà. Bisogna allinearsi a loro, alle loro conoscenze e alle loro capacità, diverse per educazione e cultura, quindi bisogna fare uno sforzo di ascoltarli e percepire la realtà secondo le loro lenti, infine adattarsi per creare un’intesa che promuoverà il cambiamento e porterà al raggiungimento di un obiettivo comune”. 

A Valentina, Valerio, Vincenzo, Martina e tutti coloro che a Kila Siku lavorano, ogni giorno, per mettere la propria professionalità al servizio degli altri, va il nostro ringraziamento più profondo, consapevoli che questa attenzione, il rispetto della cultura locale e l’amore per le persone sono e saranno sempre il vero motore del centro.

Kila Siku, ogni giorno: grazie di cuore.

Comunità Solidali nel Mondo incontra l’Ambasciatore della Tanzania in Italia.

Comunità Solidali nel Mondo incontra l’Ambasciatore della Tanzania in Italia.

Qualche giorno fa abbiamo avuto l’onore di ospitare sul nostro blog le parole, importanti e sentite, dell’Ambasciatore italiano in Tanzania, Marco Lombardi. Oggi, invece, vi raccontiamo con molta partecipazione e tanto entusiasmo l’incontro che abbiamo avuto con il nuovo Ambasciatore della Tanzania in Italia, Mahmoud Kombo.

Lo scorso 26 febbraio, infatti, abbiamo accolto l’invito a essere parte di un importante meeting che si è tenuto presso l’Ambasciata tanzaniana a Roma: un invito che ha coinvolto tutte le ONG che operano nel Paese africano. Insieme a Comunità Solidali nel Mondo erano presenti ben 63 associazioni, e noi siamo stati tra quelle che hanno avuto la possibilità di illustrare la propria attività.

Abbiamo parlato, così, dei tanti progetti di cui ci occupiamo e il confronto con tutti è stato molto proficuo, perché ci ha consentito anche di evidenziare alcune criticità emerse nella nostra esperienza quotidiana sul campo e di chiedere un concreto appoggio all’Ambasciatore. Questo scambio ha portato a trasformare le problematiche evidenziate in cinque “resolutions” che l’Ambasciatore Kombo ha condiviso ed evidenziato come un indispensabile punto di base, da cui partire per poter avviare misure concrete.

a) Il primo punto riguarda la questione Permit/Visa. È stato sollevato da molte tra le varie ONG presenti, soprattutto da quelle che accolgono volontari in Servizio civile e che si trovano, per tale ragione, nella posizione scomoda di non avere un percorso chiaro per l’ottenimento dei permessi. Infatti, sono diversi i criteri a cui si fa riferimento per capire quale soluzione adottare, per esempio il tipo di registrazione e lo stato delle organizzazioni in Tanzania, o ancora la regione in cui le associazioni operano. Inoltre, in alcuni casi i percorsi legati all’ottenimento del permesso possono essere molto costosi e molto lunghi, e senza che si possa avere alcuna garanzia di un esito finale positivo.

b) Il secondo nodo si lega al rapporto pubblico/privato ovvero alla possibilità di creare sinergie nell’ambito dei vari progetti tra ONG, responsabili governativi, università e altre Istituzioni culturali, in un’ottica di collaborazione e sostegno reciproci.

c) Il terzo punto ha riguardato lo status delle ONG e in particolare la possibilità di essere riconosciute come Charity. Essere riconosciuti come un’organizzazione non a scopo di lucro faciliterebbe di molto le nostre attività in Tanzania, così come quelle delle altre associazioni che come noi si impegnano quotidianamente sul territorio. Oltre a differenziarci, infatti, in modo giusto e corretto dalle società private in relazione al calcolo delle imposte dovute, faciliterebbe notevolmente l’ottenimento di permessi di soggiorno e di lavoro sia per gli operatori umanitari che per i volontari.

d) Un punto molto sentito è stato quello dei tanzaniani della Diaspora. Il gruppo delle associazioni di Tanzaniani di Genova e di Napoli ha fatto sentire la propria voce e ha chiesto un supporto capace di sostenere e appoggiare il loro percorso di inclusione nella nostra società.

e) Infine, l’ultimo punto si è legato alla costituzione di un gruppo ristretto rappresentativo delle ONG, di cui farebbe parte la nostra associazione, un gruppo finalizzato a continuare il confronto periodicamente e a valorizzare percorsi utili a favorire collaborazioni, partenariati e scambi nelle varie attività e nei progetti attivi in Tanzania.

La partecipazione e l’apertura mostrate dall’Ambasciatore, che oltre a essere abile e capace è una figura politica con alle spalle incarichi prestigiosi nel suo Paese (è stato sia Ministro della Salute a Zanzibar che Ministro del Turismo), rappresentano una concreta opportunità che può trasformarsi in risorsa preziosa, facendo da ponte con le istituzioni Governative della Tanzania.

Il nostro auspicio è quello che si continui sulla strada appena tracciata, perché in questo modo sarà possibile realizzare una più efficace cooperazione e prendersi cura delle persone in misura ancora maggiore.

Speciale Tanzania: intervista all’Ambasciatore italiano Marco Lombardi.

La situazione politica, il sistema salute, l’importanza della cooperazione: è stata un’intervista ricca di spunti di riflessione quella che ci ha visti a colloquio con l’Ambasciatore italiano in Tanzania Marco Lombardi. Siamo onorati di aver potuto condividere idee e pensieri con una figura istituzionale di elevata levatura e di grande umanità.

Ambasciatore Lombardi, a quasi un anno dall’insediamento a Dar es Salaam com’è cambiata la sua percezione della Tanzania? 

La mia percezione della Tanzania era e rimane molto positiva. Si tratta di un Paese dalle grandissime potenzialità che sta conoscendo un periodo di sviluppo senza precedenti. La sua giovane popolazione e la grande vitalità che si respira ogni giorno, in ogni angolo di un Paese grande tre volte l’Italia, mi fanno ben sperare per il suo futuro. 

Le criticità dell’area in cui opera, rilevate a inizio incarico, si sono confermate tali oppure ha notato cambiamenti positivi, pur in piena pandemia? 

La scelta della Presidente Samia Suluhu Hassan di farsi vaccinare in diretta televisiva, ha sicuramente contribuito a creare presso la popolazione una maggior consapevolezza dell’importanza di essere vaccinati. Il Covid ha portato in Tanzania e in tutto il mondo, un senso di incertezza che non giova al buon andamento dell’economia. Tuttavia i segnali positivi che si stanno registrando ultimamente ci rendono ottimisti. 

Nel corso della sua carriera ha girato il mondo, operando in Paesi estremamente diversi tra loro, dall’Irlanda al Giappone, passando per Albania e il Vietnam. Cosa rende l’Africa così unica rispetto ad altri luoghi? 

L’Africa è un luogo magico che ha dato i natali ai nostri antenati. La bellezza della natura e la sua prosperità danno forza alla vita che qui si manifesta in modi unici al mondo. Sono felicissimo della mia esperienza e auspico che tanti nostri connazionali possano scoprire questo posto straordinario. 

Qual è la posizione, l’auspicio, dell’Italia in riferimento alla leadership a forte connotazione femminile che parte dal Presidente della Tanzania, Samia Suluhu Hassan, e si estende ad altre cariche governative? 

L’Italia esprime grande soddisfazione per il fatto che, in un momento molto complesso, la Tanzania abbia saputo dimostrare grande maturità, passando da un’Amministrazione all’altra, nel pieno rispetto della Costituzione. Sosteniamo in modo convinto la leadership della Presidente Samia Suluhu Hassan che ha avviato un nuovo corso che ha l’obbiettivo di portare a termine i progetti del defunto Magufuli e di rendere la Tanzania un Paese sviluppato e con un livello di benessere in costante crescita. 

Se dovesse descrivere il “macrocosmo salute” tanzaniano, quali parole userebbe? Ci riferiamo, in particolare, alla situazione degli ospedali e dei centri di cura, ma anche alle università e al numero di corsi di laurea legati a professioni medico/sanitarie. 

La salute è un tema primario della nostra collaborazione con gli amici tanzaniani e il fatto che così tante Organizzazioni della società civile italiane, come la Vostra, stanno qui sviluppando progetti importantissimi, mi fa ben sperare. Ritengo che, per questo settore come per molti altri, sia necessaria quella collaborazione della conoscenza che porta mutui benefici ai nostri due Paesi. 

Lo scorso settembre ha incontrato i volontari del servizio civile che prestano servizio in Tanzania presso Comunità Solidali nel Mondo, nelle strutture di Dar es Salam e Mbeya. Si chiuderà tra pochi giorni il bando per il SCU 2022, cosa direbbe ai giovani che si sono candidati per prestare il loro prezioso supporto nell’impegno quotidiano di cura dei bambini disabili? 

È stato un grande piacere incontrare i rappresentanti di Comunità Solidali nel Mondo e ho avuto anche l’onore di presentarli, durante la mia missione a Mbeya, alla neo – eletta Speaker del Parlamento della Tanzania, On. Tulia Ackson. Desidero incoraggiare tutti i nostri giovani connazionali che si candidano per questo prezioso servizio e voglio ricordare che non solo aiutano chi ne ha davvero bisogno, ma contribuiscono, con la loro azione, a rendere grande l’immagine del loro Paese in Tanzania. Con la loro quotidianità fatta di servizio e altruismo, danno un contributo unico a Italia e Tanzania. 

Ringraziamo l’Ambasciatore e tutto il suo staff per aver dedicato tempo e impegno a un confronto importante e significativo, evidenziando molti punti importanti nel nostro rapporto quotidiano con il Paese e con le istituzioni.

Gondwana Coscienza e Solidarietà: intervista a Paolo Vicentini.

Paolo Vicentini è un amico, un sostenitore, un compagno di viaggio di Comunità Solidali nel Mondo. Il suo lavoro e quello di Gondwana Coscienza e Solidarietà, di cui è Presidente, è prezioso e indispensabile, e questa intervista testimonia che, insieme, si può andare davvero lontano.

Paolo, se parliamo di te parliamo inevitabilmente di Gondwana – Coscienza e solidarietà. Come nasce, cresce e si sviluppa questa realtà che oggi è un’associazione di promozione sociale di ampio respiro internazionale?

È una storia che parte nel momento in cui incontro Michelangelo (Chiurchù, Presidente di Comunità Solidali nel Mondo, ndr) e sua figlia Sara nella missione di Mtwango condotta da Fausta Pina e Don Tarcisio Moreschi e situata sugli altipiani della Tanzania, a circa 800 km dalla capitale Dar es Salam.

Nell’anno 2004 il nostro gruppo ha un compito e un progetto da realizzare nello sperduto villaggio di Kifumbe: il rifacimento dell’impianto idraulico e l’installazione di un pannello solare per la produzione di acqua sanitaria. Siamo ospiti e dialoghiamo volentieri sui reciproci progetti ed esperienze: ciò che ci accomuna è davvero il bisogno di condividere le origini del nostro “mal d’africa”. Qualche anno dopo,nel 2010,come nella trama di un romanzo ancora tutta da dipanare, si apre un dialogo sulla possibilità di coinvolgere il nostro gruppo e la Provincia autonoma di Bolzano nei nuovi sviluppi del Centro INUKA. Al rientro in Italia mi sento davvero chiamato in prima persona a una rifondazione qualitativa di tutta la nostra azione in favore dei tanti problemi e bisogni di quelle popolazioni, e particolarmente dei problemi toccati con mano dei bimbi con disabilità mentale e fisica, individuati e poi avviati alle cure con dedizione dai cari Stefano, Pina e dai loro collaboratori.

È così che a Trento, durante un convegno organizzato dalla Provincia sulle disabilità, incontro nuovamente Michelangelo e Stefano che, con un giovane parroco di colore, espongono al pubblico l’attività svolta in questi anni da INUKA. Ho con me la domanda di adesione all’associazione GONDWANA – Cooperazione e diplomazia popolare di Roma. Consegno il documento, e quello che era un desiderio comune si trasforma in consenso fattivo all’avvio di un primo progetto. Per procedere abbiamo bisogno dell’iscrizione all’albo provinciale delle associazioni di volontariato, nasce così GONDWANABZ – Coscienza e solidarietà- Bewusstsein und solidarität

Allo stesso modo, parlare di Gondwana – Coscienza e Solidarietà significa parlare di Comunità Solidali nel Mondo: come si sono incontrate le due realtà e quale è stato secondo te il collante che le ha avvicinate e che continua a tenerle vicine dal 2008 a oggi?

Il collante con “Comunità solidali nel Mondo” è stato ed è, nella sostanza, la condivisione delle stesse finalità: la realizzazione di strutture sia fisiche che sociali idonee all’accoglienza e all’assistenza dei tanti piccoli disabili. Una realtà che abbiamo incontrato e vissuto nei campi di lavoro. Ciò che ha consentito la realizzazione del nostro primo progetto, il laboratorio/workshop per la produzione di ausili ortopedici “TALITA KUM”, è certamente l’apporto di professionalità nell’elaborazione della domanda che il nostro piccolo gruppo non poteva e non era in grado di realizzare. Con “Comunità solidali nel Mondo” abbiamo visto da subito quella sinergia e quella forza collaborativa che poi avrebbe accompagnato tutti i nostri progetti a venire.

Nel Terzo Settore, l’unione fa la forza più che in altri campi? Lavorare per un obiettivo comune, scegliere una strada condivisa da percorrere insieme è sinonimo di maggiore credibilità e di maggiore probabilità di ottenere risultati concreti?

Le collaborazioni dentro questi movimenti sono preziose e indispensabili. Servono a dare un timbro di interculturalità, di interdipendenza, di sviluppo sociale e di coscienza. L’esempio mi è pervenuto dalle naturali e spontanee collaborazioni che contraddistinguono le parrocchie altoatesine di lingua tedesca che convergono “unitariamente” alla raccolta di risorse economiche che vengono poi poste con fiducia al Centro Missionario Diocesano di BZ-BX. Una unità di intenti di un bene comune per un comune obiettivo, l’ascolto e l’attenzione verso i più poveri e bisognosi di tutela.

KUWAJIBIKA – Farsi Carico è l’ultimo dei progetti che Gondwana – Coscienza e Solidarietà ha portato avanti con Comunità Solidali nel Mondo. Se dovessi rappresentare quest’ultima esperienza fatta insieme con cinque aggettivi e poi condividerli con la Provincia Autonoma di Bolzano e il Centro Missionario Diocesano di Bolzano, quali sceglieresti? 

Più che degli aggettivi, mi piace accompagnare il racconto del progetto con alcune riflessioni. Innanzitutto, non è questo l’orientamento usuale della PAB che mira invece alla realizzazione di strutture fisiche come scuole, ospedali, pozzi ecc. Siamo però riusciti a modificarlo con successo.

Poi, per conseguire le finalità che ci prefiggiamo, cioè assicurare continuità, è necessario produrre anche “strutture” sociali e legami che rendano possibili l’inclusione dei diretti interessati al fine del raggiungimento di una possibile autonomia. Avviare e consolidare questi processi diviene un plusvalore volto alla crescita sociale ed economica di queste popolazioni, che avvia ad un lento ma efficace progresso.

Con una sola affermazione potremmo dire che cresciamo e ci sviluppiamo insieme.

Il servizio civile: un anno che cambia la vita.

Del servizio civile tutti, a un certo punto della propria vita, hanno sentito parlare. In pochi, però, sanno davvero di cosa si tratta e comprendono la portata di valore che lo caratterizza.

Nato nel 1972, il servizio civile ha preso forma come diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare. La leva era obbligatoria, il servizio civile era alternativo alla leva e dunque anch’esso obbligatorio. Si è dovuto attendere quasi trent’anni, fino al 2001, per assistere all’istituzione del servizio civile nazionale su base volontaria, aperto anche alle donne. Con l’abolizione del servizio di leva obbligatorio, nel 2005, il servizio civile su base volontaria ha assunto, poi, un ruolo sempre più importante e centrale e nel 2017, da nazionale è diventato universale, con l’obiettivo di renderlo un’esperienza aperta davvero a tutti i giovani.

Spiegare il servizio civile a chi non lo ha mai fatto non è facile, perché rientra in quelle esperienze di vita pienamente comprensibili solo se vissute in prima persona. Noi, però, di ragazzi che ogni anno ci scelgono ne abbiamo incontrati tanti. Le loro parole, i loro pensieri sono sempre molto simili e tanto diversi: questo accade perché le motivazioni alla base della scelta possono essere differenti, ma alla fine del percorso ci si ritrova tutti travolti da un’onda di amore e dedizione che cambia la vita per sempre.

Valerio, Federica, Azzurra, tanti i nomi e tanti i volti dei ragazzi che hanno scelto Comunità  Solidali nel Mondo per la loro esperienza legata al servizio civile, e una sola frase che ritorna in tutti i racconti, in tutte le interviste: “Un anno che mi ha cambiato la vita”.

Nel corso del tempo sono stati tanti i progetti che abbiamo strutturato in relazione al servizio civile: Progetto Shamba, Progetto Simama, Progetto All Inclusive. Tutti sono sempre stati accomunati dal desiderio di garantire ai bambini disabili e alle loro famiglie un percorso fatto di traguardi grandi e piccoli, nel segno dell’inclusività e della dignità .

Quest’anno il progetto è ancora più ambizioso: l’obiettivo è di ampio spettro, finalizzato a migliorare le condizioni socio-sanitarie di 2800 minori con disabilità  dei Centri di Riabilitazione “Simama CBR” di Mbeya (Regione di Mbeya), dell’Ospedale di Riabilitazione “Inuka” di Wanging’ombe (Regione di Njombe)  e dei Centro di Riabilitazione “Antonia Verna –  Kila Siku”, nella Regione di Dar Es Salaam in Tanzania.

Vogliamo garantire ai bambini la propria autonomia, aiutandoli nei movimenti quotidiani che per noi sono scontati ma per loro diventano a ogni progresso una grande conquista. Gli obiettivi del progetto sono molteplici e si articolano lungo le importanti direttive di cura e di riabilitazione su cui si basano le nostre attività , nel rispetto delle comunità  locali, delle famiglie, delle tradizioni e delle persone prima di ogni cosa.

Nel corso del 2021 ci siamo concentrati soprattutto sul problema della malnutrizione, che affligge oltre il 30% dei bambini disabili. Come abbiamo scritto nel nostro ultimo articolo, però, per il 2022 vogliamo fare ancora di più. Vogliamo aumentare il numero dei bambini accolti nei nostri centri, consentendo a più famiglie di beneficiare dei trattamenti, vogliamo aumentare il numero di visite domiciliari, supportare fattivamente gli operatori locali, perfezionare i protocolli riabilitativi, e tanto altro ancora.

Non possiamo farlo da soli: abbiamo bisogno di te.

Abbiamo bisogno di una decisione importante, una di quelle che ti cambia la vita per sempre. Abbiamo bisogno di uno slancio di passione ed entusiasmo, uno slancio di vita. Noi, con il nostro personale, con gli operatori locali, con tutte le persone che negli anni hanno saputo creare e far crescere una comunità  unita e forte, saremo al tuo fianco.

Saremo con te anche quando avrai momenti di sconforto e di difficoltà: non possiamo garantirti che non ci saranno ma possiamo assicurarti che li supereremo insieme. Fai una scelta coraggiosa, scegli il servizio civile universale con Comunità  Solidali nel Mondo.

Qui trovi tutte le informazioni per partecipare al bando. Il 12 gennaio abbiamo organizzato su Zoom un meeting di approfondimento: se lo hai perso, manda un’e-mail a [email protected] e un nostro referente ti darà tutti i dettagli del progetto e delle attività previste in Tanzania.

Il servizio civile universale è la strada da percorrere per un futuro migliore, è il percorso per dare un senso più profondo alla tua vita, è un modo per conoscerti e per conoscere, per aiutare e per lasciare un segno.

Scegli di farlo con noi, scegli di fare la differenza: i nostri bambini ti aspettano.

L’anno che verrà.

“L’ultimo giorno dell’anno non è l’ultimo giorno del tempo.”

Carlos Drummond De Andrade

Per raccontare l’anno che sta per concludersi potremmo parlare dei dati del primo quadrimestre 2021, relativi al nostro centro di riabilitazione di Dar Es Salaam: 75 nuove registrazioni, 434 bambini iscritti, + 17% rispetto al 2020. Oppure potremmo raccontarvi i numeri del secondo quadrimestre: + 51% rispetto all’anno scorso e 41 nuovi bambini affidati alle cure del nostro team multidisciplinare. 

I numeri, i dati, le percentuali sono fondamentali per noi. Ci aiutano a spiegare meglio quello che facciamo, come lo facciamo, come utilizziamo le donazioni che le persone scelgono per noi. Non possiamo, però, fermarci a questo, perché il nostro 2021 è stato molto di più.

È stato l’anno del secondo anniversario dell’inaugurazione del Centro A. Verna – Kila Siku nel quartiere di Kawe, a Dar Es Salaam, in Tanzania, che dal 2017, anno di avvio del progetto “All Inclusive”, a oggi ha accolto oltre 400 bambini con disabilità. È stato l’anno in cui, nonostante le difficoltà ancora molto presenti legate alla pandemia, lo staff dei Centri Simama ha continuato a svolgere le sue attività nella città di Mbeya, offrendo un servizio di riabilitazione continuo e di qualità.

È stato l’anno del grande coinvolgimento e della profonda attenzione verso la campagna 5×1000 “Se potessimo sconfiggere malnutrizione e disabilità ci metteremmo la firma. E tu, ci metteresti la firma?” e verso la campagna di Natale, ancora in corso, “L’unico regalo che non si scarta. Questo Natale sorprendimi con il tuo amore”. Due percorsi di storie felici e di traguardi da raggiungere.

Nel 2021 abbiamo anche allestito la mostra fotografica “I bambini stanno bene”, un modo nuovo di vedere la disabilità e di affrontarla, con cui, grazie alle fotografie di Pietro Masturzo e Francesco Canturi, abbiamo provato a raccontare la gioia di vivere dei bambini disabili e il loro essere, appunto, bambini alla scoperta del mondo.

Da ultimo, ma solo in ordine cronologico, il 2021 è stato l’anno di un riconoscimento che ci ha riempiti di gioia e di orgoglio: l’Accademia dei Lincei ha assegnato a Comunità Solidali nel Mondo il Premio Antonio Feltrinelli 2021, per un’Impresa Eccezionale di alto Valore Morale e Umanitario. Il progetto oggetto della premiazione è stato “L’epilessia: la speranza della normalità”.

Tanti successi, tanti traguardi, tanti obiettivi raggiunti, ma tutto questo non sarebbe stato possibile senza l’impegno della grande famiglia di volontari, professionisti, sostenitori, amici di Comunità Solidali nel Mondo. Una famiglia che cresce ogni giorno e che a volte sembra non bastare mai, tante sono le necessità dei bambini di cui ci prendiamo cura e delle loro famiglie. Per l’anno che verrà abbiamo due grandi sfide di cui occuparci: l’epilessia e la malnutrizione. Due sfide non semplici, che affronteremo con la stessa determinazione che ci contraddistingue dal 2007, da quando abbiamo iniziato le nostre attività in Tanzania.

Nel 2022, vogliamo puntare ancora più in alto. Vogliamo aumentare quei numeri, far salire quelle percentuali, realizzare nuovi progetti, diventare ancora di più una casa accogliente e un posto sicuro per i nostri bambini, per donargli un futuro prossimo che sa di normalità, un futuro di cui tutti noi abbiamo bisogno. 

Buon anno da tutto lo staff di Comunità Solidali nel Mondo!

Giornata Internazionale del Volontariato: intervista a Valerio Topazio.​

Ieri, 5 dicembre, è stata celebrata la Giornata internazionale del volontariato. Lo slogan scelto dalle Nazioni Unite per sottolineare l’importanza di questa ricorrenza nel 2021 è “Volunteer now for our common future”: parole con una valenza che esula da ricorrenze, celebrazioni, scadenze temporali. Scegliere di diventare un volontario oggi significa essere un volontario sempre. Ne è un esempio Valerio Topazio, giovane fisioterapista che abbiamo conosciuto nel 2018, durante il suo anno di servizio civile in Tanzania con CESC Project, partner di Comunità  Solidali nel Mondo. Quest’estate, Valerio ha deciso di fare un’esperienza di volontariato con Med’Equali Team a Samos, in Grecia, in un campo per richiedenti asilo.

Abbiamo immaginato che non potesse esserci un modo migliore per celebrare la Giornata Mondiale del Volontariato che un racconto dell’esperienza in Grecia di Valerio, ed è proprio da qui che parte la nostra intervista.

Valerio, quante erano le persone che si trovavano nel campo e quali erano le tue attività  quotidiane?

Durante la mia permanenza le persone ospitate dal campo erano meno di 400 ma questo numero in realtà è derivante da accordi di politica internazionale con la Turchia, perché fino allo scorso anno le persone ospitate superavano il numero di 4.000. Nel corso dei mesi estivi si sono verificati molti respingimenti in mare, e troppi sono gli accordi tra Paesi che violano i diritti umani, quegli stessi diritti umani che Gino Strada considerava giustamente “privilegi occidentali”.

La mia attività  professionale consisteva nel lavorare in una clinica con dottori che si prendevano cura di persone vulnerabili, fragili o di persone che portavano sulle spalle non uno zaino ma una zavorra, persone consumate da situazioni impossibili da sopportare per chiunque. Nel campo queste persone vivono situazioni traumatiche che determinano poi effetti come ansia, depressione, stress, mancanza di sonno, dolori cronici, mancanza di autostima e di motivazione. Pensando a queste problematiche ci si aspetterebbe un approccio di estrema tutela, invece non solo non sono tutelate ma vengono costantemente emarginate, trattate come esseri umani di serie B. Non sono la priorità  di nessuno e in Europa sono all’ultimo posto di ogni classifica.

Valerio, tu sei un volontario e un fisioterapista. La tua professione come si svolgeva a Samos?

La mia attività  era principalmente quella di fisioterapista clinico, all’interno del centro. Mi occupavo soprattutto di persone con dolore persistente: la maggior parte di loro lamentava cefalea, cervicalgia, lombalgia, tutti dolori che portano avanti da anni, e che nascono e si manifestano nel momento in cui arrivano in Grecia (non dimentichiamo le condizioni di vita nel campo, nonché la mancanza di supporto sociale e familiare). Sono persone che manifestano molti sintomi, non ne hanno uno solo, e quello che fanno non è niente altro che chiedere aiuto. Il mio lavoro principale era, appunto, quello di aiutarle, di insegnare degli esercizi ma soprattutto delle strategie attive di autogestione. Non dimentichiamo che non sono persone stanziali ma in continuo movimento, per cui la presa in carico deve essere basata su strategie attive. Non ho potuto permettermi di adottare delle strategie passive perché avevano il bisogno urgente di migliorare la loro condizione attraverso una strategia di autogestione, potendo e sapendo gestire il proprio problema poi in completa autonomia, anche lontano dal fisioterapista.

Si è trattato di un grande lavoro di équipe con medici, psichiatri, psicologi, un lavoro completo e totale, che propende per l’analisi dell’aspetto biopsicosociale e dunque che non vede la patologia, non vede il sintomo ma vede la persona: mette al centro la persona e cerca di aiutarla in quanto tale.

Valerio, che messaggio vorresti dare ai tuoi colleghi che sono già  sensibili a queste problematiche ma che magari possono aver bisogno di un input da parte tua, visto che tu sei già  andato oltre, hai avuto diverse esperienze nel volontariato che ti hanno anche aiutato a sviluppare la sensibilità  necessaria per capire e percepire completamente queste problematiche?

Il messaggio che voglio dare è di non fermarsi alle informazioni filtrate dai media o dalla classe politica ma di avere e trovare l’umiltà , il coraggio di avvicinarsi a una persona fragile, di chiederle cosa ha vissuto, qual è la sua storia. Sono tutte persone che scappano, fuggono letteralmente da tante situazioni diverse ma hanno in comune una cosa: sono disperate. Non possiamo permetterci di giudicarle, non possiamo neppure immedesimarci in loro, e non saremmo neanche capaci di sopportare quello che sopportano e che hanno vissuto. Quindi il messaggio che voglio dare è questo: prima di giudicare, prima di essere cinici e pragmatici, guardiamo l’altro aspetto, guardiamo il volto umano. E chiediamo a quella persona che cosa ha vissuto, chiediamole perché è qui, da che cosa sta scappando. Ci renderemo conto che è un essere umano che ha diritto di essere tutelato, che è vulnerabile e che gli spettano tutti quei diritti a cui noi non facciamo neanche caso, perché  li diamo per scontati, perché è come se ci fossero dovuti,  e perché per noi sono garantiti. Quindi non giudichiamo, ma chiediamo, e agiamo.

Valerio Topazio, fisioterapista, è attualmente impegnato in Tanzania, a Dar Es Salaam, dove ha iniziato una nuova esperienza professionale come Technical Advisor insieme a Comunità  Solidali nel Mondo. Lo ringraziamo per aver messo come sempre a disposizione degli altri la sua testimonianza, prestando voce a chi non ha voce.

Donare solidale: Natale 2021.

È impossibile far stare dentro un pacco tutta la generosità  di chi sceglie, ogni anno, di rinunciare a parte dei propri regali per far felice un bambino. Lo è perché questo tipo di amore è senza misura, e perché a ogni dono raddoppia, sprigionando tutta la sua forza. Un amore che quest’anno deve dividersi e moltiplicarsi, perché le necessità dei nostri interventi sono doppie e viaggiano su binari paralleli che vanno nella stessa direzione: far star bene i nostri bambini.

La disabilità  ha tante sfumature, ognuna con un peso importante: sai che il 30% dei bambini con disabilità soffre di malnutrizione? E sai che le problematiche legate all’epilessia affliggono il 50% dei bambini visitati nei nostri centri di riabilitazione? Hai mai pensato alle esigenze di un bambino? Sono tante, vero? E hai mai pensato alle esigenze di un bambino disabile? Sono molte di più, a cominciare dall’atto di prendersene cura, il primo motore del cambiamento positivo.

Per il Natale in arrivo abbiamo voluto raddoppiare gli sforzi, dedicando tutto il nostro impegno  a due situazioni di grave difficoltà  che riguardano i bambini disabili, la malnutrizione e l’epilessia. Non può esserci una classifica delle problematiche che li riguardano, così come non possiamo decidere di mettere da parte una causa per sostenerne un’altra: vogliamo sostenerle entrambe.

L’unico regalo che non si scarta.

Donare significa mostrarsi vulnerabili. Significa comprendere e ammettere che c’è ancora qualcosa da fare nel mondo e che non tutto va come vorremmo. Donare significa recuperare un’umanità  talvolta nascosta, ma presente in ciascuno di noi. Donare significa non vedersi mai rifiutare o scartare un regalo, che per chi lo riceve è vita, futuro, speranza. Partecipa anche tu alla costruzione di un domani migliore dell’oggi: puoi farlo in tanti modi, sceglierne uno o più di uno, condividerlo con gli altri.

Lotteria “Restiamo solidali” edizione 2021 

Acquistando i biglietti della lotteria potrai sostenere le cure riabilitative dei bambini del Centro di Riabilitazione A.Verna – Kila Siku a Dar Es Salaam, in Tanzania. Un biglietto costa solo 3€ e ti darà anche la possibilità di vincere tanti bellissimi premi.

Ambasciatore Kila Siku

Inizia oggi a prenderti cura del domani: diventa ambasciatore di un centro di riabilitazione  altamente specializzato. Potrai garantire ai bambini più vulnerabili della metropoli di Dar Es Salaam i trattamenti riabilitativi di cui hanno bisogno, farai parte di una comunità e sarai aggiornato su tutte le nostre attività.

Adozione a distanza

Il sostegno a distanza è una forma di cooperazione e solidarietà umana. Puoi assicurare ai bambini più vulnerabili i trattamenti riabilitativi di cui hanno bisogno. Il tuo contributo permetterà ai bambini di frequentare uno dei nostri tre centri socio-riabilitativi.

Donazione singola

Con la tua donazione, anche se non ricorrente, puoi aiutare i bambini più vulnerabili a garantirsi trattamenti domiciliari, cure riabilitative e un percorso di formazione specifico per le loro famiglie.

Questo Natale sorprendilo con il tuo amore.

Questo Natale può essere diverso per Moses, Peter, Noeli, e tanti altri bambini di cui Comunità Solidali nel Mondo si prende cura dal 2007. Sorprendili con il tuo amore, con la tua presenza, con l’attenzione che per lungo tempo gli è mancata. Noi mettiamo ogni giorno tutti i nostri sforzi e le nostre energie sul campo, per vedere aumentare sempre di più sorrisi e progressi: anche tu puoi essere la ragione di nuovi giorni felici. 

Sorprendili, sorprendici.

Comunità Solidali nel Mondo premiata dall’Accademia dei Lincei.

La notizia ci aveva già raggiunti qualche mese fa, in una mattina d’estate, quando il nostro team, nel ricevere la lettera dell’Accademia dei Lincei che informava dell’assegnazione del Premio Antonio Feltrinelli 2021 a Comunità Solidali nel Mondo, firmata dal Premio Nobel e Vice Presidente dell’Accademia Prof. Giorgio Parisi, non era riuscito a contenere gioia e commozione. Lo scorso 12 novembre a Palazzo Corsini, sede dell’Accademia, si è svolta la premiazione ufficiale, che ha visto l’intervento del nostro Presidente, Michelangelo Chiurchiù, in un discorso di ringraziamento che è anche un chiaro manifesto dei valori e dei sentimenti che animano le nostre attività.

“Viene dunque assegnato il Premio Antonio Feltrinelli per un’Impresa Eccezionale di alto Valore Morale e Umanitario per il 2021 a COMUNITÀ SOLIDALI NEL MONDO Onlus per il progetto ‘L’epilessia: la speranza della normalità’, per la particolare rilevanza del suo modo di concepire la cooperazione e la solidarietà internazionale, rispondendo ai bisogni sanitari più urgenti dei Paesi del sud del Mondo, partecipando così al raggiungimento di un importante obiettivo dei Millennium Development Goals: assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età.”

Con queste parole il Presidente dell’Accademia dei Lincei, il Prof. Roberto Antonelli, ha premiato la nostra associazione: la proposta oggetto del premio era, appunto, “L’epilessia: la speranza della normalità” e la scelta è stata motivata dalla rilevanza delle azioni di contrasto all’epilessia che l’organizzazione ha svolto proprio in questi anni in Tanzania, e che continua e continuerà a svolgere negli anni a venire.

Le parole del Presidente, Michelangelo Chiurchiù.

“Avete dato un inatteso riconoscimento alla nostra Associazione che non ha una larga visibilità e non ha grandi numeri ma, nonostante ciò, ha una sua originale peculiarità di lavoro nella Cooperazione in Africa e America del Sud che voi avete apprezzato e valorizzato. In particolare, in Tanzania, nel corso di 15 anni, abbiamo promosso 3 Centri di Riabilitazione che si fanno carico, a oggi, di 6.229 persone con disabilità: in un Paese povero gli ultimi tra gli ultimi! Di esse, 5093 sono bambini (tutti tenuti nascosti in casa prima del nostro intervento) e 1136 adulti. In queste strutture lavorano oltre 140 professionisti locali con la metodologia della CBR – Community Based Rehabilitation – metodologia che privilegia un approccio comunitario e che ridà competenze alle famiglie nel processo di riabilitazione e di inclusione sociale.
Grazie, grazie di cuore!”

In questo breve estratto, fatto di numeri e dati, si concentrano le tante anime di Comunità Solidali nel Mondo, che affianca all’amore per i bambini e alla cura per le loro necessità un rigoroso senso del dovere, una precisione maniacale per l’utilizzo delle donazioni e obiettivi di crescita sempre più elevati e sostenibili, con un unico fine ultimo: offrire soluzioni concrete alle fasce deboli del Sud del Mondo, rispondendo ai bisogni che la stessa popolazione percepisce come emergenti e offrendo servizi di alta qualità nell’assoluto rispetto della cultura locale.

“Credo sia impossibile separare la ricerca scientifica dalla società e dagli aspetti morali ed etici che essa a volte investe. L’Accademia, dai tempi di Galileo, ha da sempre seguito questa traccia. Questo premio ha un valore particolare perché ne rappresenta simbolicamente la quintessenza.” Il Professor Antonelli, nell’intervista concessa al nostro Presidente in occasione della premiazione disponibile integralmente in questo video, ha così commentato il significato del Premio, conferendogli un valore e un senso profondo che ci rendono ancora più orgogliosi del lavoro svolto.

Il Premio Antonio Feltrinelli che ci è stato conferito per un’impresa eccezionale di alto valore morale e umanitario ha avuto come motivazione la rilevanza del progetto proposto, le finalità complessive dell’ente e l’impegno sin qui profuso con l’aiuto dei soci dell’associazione e di tante persone solidali. E questo porta alla luce l’ultimo aspetto, ma non per questo meno importante, su cui vogliamo far luce oggi. I donatori, i volontari, tutte le persone che a loro modo e in ogni modo danno il proprio supporto a Comunità Solidali nel Mondo sono i veri vincitori: è a loro che va il nostro ringraziamento sincero e senza confini.

Grazie, oggi e ancora mille volte.

La parola alla scienza: la malnutrizione.

Abbiamo a lungo parlato di nutrizione nelle scorse settimane, affrontando l’argomento da vari punti di vista e approfondendo molti aspetti. Oggi pubblichiamo l’intervista alla dott.ssa Ilaria Ernesti, medico chirurgo, specializzata in Scienza dell’Alimentazione. Con la dottoressa Ernesti abbiamo parlato soprattutto di nutrizione nei bambini, di problematiche e di possibili soluzioni.

Dottoressa Ernesti, innanzitutto, facciamo chiarezza: cos’è la malnutrizione e quali sono i segnali di malnutrizione nei bambini?

La prima cosa da fare è un passo indietro: prima ancora di parlare di malnutrizione dobbiamo parlare di disturbo nutrizionale, perché la malnutrizione può essere intesa sia per eccesso che per difetto. Quindi possiamo avere una persona obesa malnutrita, così come una persona molto magra normonutrita. Oggi, però, il nostro focus sarà su un’iponutrizione per difetto. 

La malnutrizione, così inquadrata, è l’insieme o la varietà di alterazioni che possono verificarsi sia nelle analisi cliniche che ematiche e che deriva da un deficit di nutrienti. Il deficit può essere sia quantitativo che qualitativo ma è in ogni caso insufficiente a soddisfare i bisogni della persona. Inoltre, il deficit può essere primario o secondario: è primario quando non c’è il giusto apporto in termini di alimenti (carenza alimentare), è secondario, invece, quando intervengono patologie diverse (epatiche, gastroenteriche) e non mancanza di nutrienti.

Per identificare i segnali di malnutrizione nei bambini, bisogna precisare che dipende dal tipo di malnutrizione, nel senso che non c’è una visione generale a livello di effetti se non il ritardato accrescimento, di cui parleremo più avanti. Possiamo, in ogni caso, ragionevolmente affermare che la mancanza di crescita, sia in termini di peso che in termini di altezza, è il segnale più evidente di uno stato di malnutrizione.

Quali sono i momenti della vita di un bambino in cui l’aspetto nutrizionale è, in particolar modo, determinante e per quali ragioni?

L’esistenza di un bambino, a partire dalla vita intrauterina, subisce determinati cambiamenti in termini di crescita. Cosa significa? Significa che nelle prime fasi di vita il bambino ha un eccesso di adipe, che gli serve per crescere sia in termini di lunghezza che di peso. A questa fase ne segue una di arresto fisiologico, in cui la crescita continua ma a un ritmo molto più lento del precedente e poi si verifica un nuovo spot di crescita che è quello prepuberale. Riassumendo: crescita nel primo/secondo anno di vita, rallentamento o meglio alternanza tra crescita staturale e crescita ponderale (nel senso che il bambino cresce o in altezza o nel peso, non entrambi) e poi spot di crescita prepuberale, tipico della fase adolescenziale.  

Abbiamo evidenziato le due fasi di crescita spinta proprio per sottolineare che, soprattutto in questi due momenti, è fondamentale prestare la massima attenzione al fabbisogno nutrizionale della persona, che diventa un “sorvegliato speciale”. Precisiamo, infine, che pari attenzione deve essere riservata alla crescita maturativa ed evolutiva, diversa da quella legata allo sviluppo fisico ma ugualmente importante.

Quali sono i deficit nutrizionali più dannosi, e quali le conseguenze?

Partiamo dal concetto di fondo per cui siamo in deficit se non c’è un bilancio positivo tra apporto e consumo. Ci sono dei nutrienti definiti essenziali perché caratterizzati da alcune vitamine e minerali che il nostro organismo non è in grado di sintetizzare ed è per questo che nel momento in cui sono carenti nella dieta si verifica il deficit nutrizionale di cui parlavamo prima, e se ne manifestano i segni. 

Credo sia utile a tal proposito un focus su alcune vitamine, e su cosa comporta un deficit legato alla loro scarsità e disponibilità.

Vitamina A: se manca possono verificarsi problematiche oculari (il bambino non vede di notte, ha problemi di lacrimazione e se il deficit è grave può causare cecità). Inoltre, un deficit di vitamina A può comportare un disturbo nell’accrescimento osseo.

Vitamina D: la sua mancanza è associata al rachitismo nel bambino, oltre a debolezza muscolare e fino ad arrivare a deformazioni ossee. Nei casi più complessi può verificarsi un’ipocalcemia (mancanza di calcio) con il conseguente manifestarsi di convulsioni.

Vitamina K: molto importante per la sfera ginecologica, perché se i bambini appena nati non vengono supportati con la somministrazione di questa vitamina rischiano emorragie profuse.

Vitamina B6: un deficit di vitamina B6 può causare un insufficiente accrescimento, ed è anche associato a un’alterazione della flora batterica intestinale. 

Attenzione poi anche al ferro, al calcio, al fosforo e ad altri micronutrienti che rientrano nella sfera dell’accrescimento osseo, e che per questo sono fondamentali proprio nella fase di crescita. Infine, non possiamo non menzionare una forma grave di malnutrizione proteico-calorica che è rappresentata dal Kwashiorkor, cronica e molto diffusa in determinati Paesi (in questo caso non mancano solo le proteine ma anche tutti quei nutrienti fondamentali di cui parlavamo poco fa).

Come possiamo aiutare le mamme, anche in condizioni di scarsa disponibilità alimentare, a garantire il giusto apporto nutrizionale ai bambini?

Abbiamo sottolineato l’importanza delle varie vitamine e dell’apporto proteico, che in questo caso potrebbe/dovrebbe essere sanato con l’allattamento al seno, a condizione che la mamma sia in salute e nutrita in modo corretto. Ai bambini dovrebbe essere garantito l’allattamento al seno per un periodo il più prolungato possibile, perché nel latte ci sono anche dei fattori immunostimolanti molto importanti per la crescita, senza dimenticare ferro, calcio e altri nutrienti. Sono molto importanti anche gli ortaggi, la frutta rossa, la carne e una corretta idratazione. 

Se ci sono, poi, situazioni in cui la disponibilità di questi alimenti è scarsa, bisogna almeno fare in modo di preservare l’integrità della barriera gastrointestinale: significa che se il bambino riesce a mangiare poco, perché poco c’è, è fondamentale che quel poco almeno non venga perso, Quindi massima attenzione a tutte le contaminazioni e all’igiene e pulizia di quello che viene mangiato, per cercare di fare il meglio con quello di cui si dispone.

Ringraziamo di cuore la dottoressa Ernesti che ha dedicato parte del suo tempo alla nostra intervista, e che ci è stata d’aiuto nel porre l’accento su questioni di importanza fondamentale come la malnutrizione. A tal proposito ti ricordiamo che hai ancora un po’ di tempo per decidere di destinare il tuo 5×1000 a Comunità Solidali nel Mondo.

Se potessimo sconfiggere malnutrizione e disabilità noi ci metteremmo la firma: e tu, ci metteresti la firma?

Torna su
Go top
Sostienici i nostri
progetti
Seguici sui canali
Social
Logo Comunità Solidali nel Mondo ONLUS
Logo Comunità Solidali nel Mondo ONLUS
Follow us
on social channels
COMUNITA SOLIDALI NEL MONDO ONLUS - C.F. 97483180580 - Via Appia Nuova 985, 00178 Roma
Sito realizzato da Seocrate
Site developed by Seocrate