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Le nostre Olimpiadi - Il diario di Susanna |
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Scritto da Administrator
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Venerdì 16 Luglio 2010 12:15 |
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3 mesi fa, appena tornato dalle elezioni regionali in Italia, Francesco si presenta da noi portando con sè 3 coppe, medaglie e spillette annunciando che avrebbe voluto organizzare dei Giochi Olimpici tra la scuola di Nyambogo, quella dove vanno tutti gli orfani, e un'altra nei dintorni.
Dopo qualche settimana di preparazione, una decina di imprevisti, finalmente inizia la competizione. Essa è avvenuta in 5 discipline differenti: 400 metri, staffetta, salto in lungo, net-ball (una specie di basket che di basket ha solo il fatto di fare canestro) e calcetto a 5.
Il luogo dell'incontro è stato il campo della scuola di Nyambogo che ormai conosciamo come le nostre tasche perchè ci andiamo da 8 mesi 2 pomeriggi a settimana durante le loro attività di sport e questo ci ha permesso di prendere confidenza anche con gli studenti dei villaggi intorno (e vi posso assicurare che non è stato per niente facile come impresa...) e quindi di conquistare la loro fiducia anche quando abbiamo proposto una cosa particolare.
La scuola invitata arriva tutta insieme correndo e cantando e ridendo...
Che il gioco abbia inizio...
Solita confusione dovuta al fatto che i vari maestri tentavano di modificare ogni cosa all'ultimo secondo parlando ad alta voce e facendo più macello che altro, ai bambini troppo eccitati che occupavano il campo non facendo finire di correre i battaglioni di corsa....
insomma riassumo dicendo che si sono e ci siamo divertiti troppo!!
Risultato: 2 coppe per la nostra scuola e una per l'altra, spillette per i migliori giocatori,
medaglie ai primi classificati nella corsa e nel salto in lungo e addirittura per tutti i maestri!
Il tutto condito da succo di frutta per i bambini (dato in mezzo a una moltituine di figurine minuscole che spingevano per prenderne il più possibile) e un bellissimo tramonto dietro alle spalle...


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Ultimo aggiornamento Venerdì 16 Luglio 2010 12:41 |
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Dalla Tanzania - Gita ad Iringa - Il diario di Susanna |
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Scritto da Administrator
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Venerdì 25 Giugno 2010 10:34 |
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Partenza: 6.00 di mattina.
Giorno: 24 aprile
"Biscotti per la colazione?" "Li hanno cucinati le suore."
"Documenti per polizia?" "Nello zaino."
"Acqua per tutti?" "Pronta."
"Bambini?" "Tutti già nel pullman"
"Key-way?" "Le mama li sono appena andati a prendere a casa."
Pronti, partenza, VIA!
Si parte su un bellissimo autobus con 27 bambini, 4 bianchi, 1 suora e 2 ragazze.
La nostra meta è IRINGA, capoluogo di regione, città costruita in cima a una montagna, fusione tra tradizione africana e modernità occidentale.
Avevamo rimuginato a lungo su dove andare, in particolare perchè portavamo con noi i più piccoli delle elementari – 1°, 2°, 3°. Piccole pesti, curiose di conoscere il mondo al di fuori del villaggio, piccole creature con un sorriso costante sulle labbra mentre gli spiegavi dove sareste stati insieme.
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Ultimo aggiornamento Mercoledì 28 Luglio 2010 12:31 |
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I pomeriggi a Wanging'Ombe nel centro di aggregazione per disabili - Il diario di Michela |
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Scritto da david
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Lunedì 24 Maggio 2010 10:58 |
I pomeriggi al centro potrebbero essere definiti “di ordinaria follia”. Ogni volta che percorro a piedi la stradina di sabbia posso veramente dire che non so mai che cosa mi aspetterà! Mentre i granelli di sabbia mi entrano tra le dita dei piedi, mentre ammiro all’orizzonte il contrasto nitido tra l’azzurro acceso del cielo e il giallo ocra dei girasoli che si stanno seccando bruciati dal sole e sento il vento secco che mi entra nelle orecchie e il sole che mi acceca gli occhi… vedo A. in lontananza che corre cavalcando un bastone lungo due metri davanti alla porta del centro; si ferma, mi scruta e urla “mwalimu, mwalimu!” ("maestra" in lingua Swahili) e ridendo inizia a venirmi incontro! Con lui all’inizio è stata una vera e propria battaglia! Mesi e mesi in cui teneva un atteggiamento di sfida, facendo sempre il contrario di ciò che gli dicevo, apparentemente senza ascoltare, anche se, con la coda dell’occhio osservava la mia reazione! Ci sono voluti ben due mesi perché lui colorasse dentro il foglio del quaderno e non sul tavolo, per il semplice gusto di fare qualcosa di sbagliato e vedere il tuo viso che si inizia a surriscaldare mentre tu ti convinci che devi fare la parte dell’educatore più furbo del ragazzo, e quindi non stare al suo gioco, ma riuscire sempre ad avere il controllo della situazione: “vuoi colorare sul banco? Bene, è proprio quello che volevo facessi! Continua pure, ora non ti correggo più!” Ebbene, nonostante dopo 7 mesi continui a chiamarmi ancora “Mona” –non pensate male, è il diminutivo della volontaria che è stata qui l’anno scorso!- , mi si riempie il cuore di felicità e soddisfazione quando lo vedo che mi corre incontro cavalcando il suo ramo sradicato, quando sento che quando lo abbraccio si calma e sta tranquillo come un bambino quando viene allattato dalla madre!
Possiamo studiare pagine e pagine di ricerche sul comportamento umano, su come comportarsi con certi ragazzi “difficili”… tutto questo ci sarà sicuramente utile! Ma, ormai mi sto convincendo, che la cosa più importante e fondamentale è mettere in gioco il proprio cuore, la propria sensibilità, le proprie emozioni! Ognuno di noi ha il suo unico singolo modo di affrontare le cose, e non esiste una ricetta approvata sul “corretto comportamento da adottare in classe quando un bambino sfida la tua autorità perché in silenzio ti sta disperatamente urlando che ha bisogno che tu gli dia qualche limite, perché ha bisogno di sentirsi amato e di sentire che a qualcuno di lui gliene frega!” Mettiamo a disposizione la nostra sensibilità, apriamo un po’ di più il nostro cuore e ascoltiamo empaticamente i ragazzi che abbiamo di fronte. Solo così ci possiamo veramente avvicinare a loro e capirli, perché alla fine si tratta di dargli amore, solo di questo!

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Ultimo aggiornamento Martedì 25 Maggio 2010 09:39 |
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Brasile - Projeto Luar - Il diario di Sofia |
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Scritto da david
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Lunedì 17 Maggio 2010 15:39 |
Ricordo bene la prima volta che ho visto R. danzare, ero nella sede del Projeto Luar e stavo facendo delle cose in ufficio quando ho sentito una melodia molto bella provenire dalla sala di danza, mi sono affacciata e, colpita dallo spettacolo, mi sono seduta a godermelo.
R. ha venticinque anni, la sindrome di Down e fa parte del Grupo Luar sem Limites, il gruppo che ormai da sei anni propone laboratori di danza e altre attività per le persone portatrici di disabilità del quartiere di Jardim Primavera. Dovreste vederla danzare, la sua eleganza e leggerezza è meravigliosa, l’espressione del suo volto trasmette felicità e totale agio. In genere è molto timida e parla poco con le persone che non conosce bene, ma quando balla, quando è su un palcoscenico, si trasforma, quel silenzio muta, parla attraverso il corpo e non può che contagiarti.
Ogni volta che la vedo danzare mi commuovo e rifletto su tutte quelle persone con disagio che, nel mondo, se avessero la possibilità di trovare il loro canale, potrebbero esprimere la propria persona in modo più completo. Credo che questo sia il grande valore e la sfida del Grupo Luar Sem Limites, cercare per ognuno dei componenti la modalità espressiva più adatta, nel rispetto della persona e del suo essere “speciale”, così come tutte le persone al mondo sono speciali, senza pregiudizi né discriminazioni.
Sto imparando molto da questa esperienza e penso che il nome dato al gruppo racchiuda un messaggio molto importante, Senza Limiti, non è una diagnosi che determina l’incapacità di una persona di danzare o di esprimersi, di relazionarsi con il mondo, di superare gli ostacoli o di continuare ad apprendere, non ci sono limiti se si crede davvero in qualcosa, se si investono energie per raggiungere degli obiettivi anche se difficili.
Il Grupo Luar Sem Limites ha voglia di apportare miglioramenti alla condizione della disabilità nella realtà brasiliana, questa volontà è forte, è tanto forte da superare gli ostacoli che si incontrano sul cammino per la realizzazione di un sogno.

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Ultimo aggiornamento Lunedì 17 Maggio 2010 16:20 |
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Dona il tuo 5 x mille a Comunità Solidali nel Mondo |
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Scritto da david
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Mercoledì 12 Maggio 2010 16:59 |
Comunità Solidali nel Mondo
Vi invita a donare il
5 x mille
a favore dei progetti in Brasile e in Tanzania
A te non costa nulla,
per noi e i beneficiari dei nostri progetti
vuol dire molto!
E' facile, basta che riporti il nostro codice fiscale:
97483180580
nell'apposito spazio della tua dichiarazione dei redditi
e apporre la tua firma nello spazio.
Grazie...Asante Sana...Obrigado
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Foto lavori Centro di riabilitazione |
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Scritto da Administrator
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Lunedì 18 Gennaio 2010 11:58 |
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Ecco le prime foto dei lavori del
"Centro di riabilitazione di Wangingombe"


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Ultimo aggiornamento Giovedì 18 Marzo 2010 15:34 |
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Tanzania - Il diario di Andrea |
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Scritto da Stefano
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Venerdì 15 Gennaio 2010 17:42 |
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Parlare dell’Africa è sempre estremamente complesso, si ha come l’impressione di ricalcare quei luoghi comuni che tutti in un modo o nell’altro conoscono da sempre. È difficile perché anche soltanto per interiorizzare quello che stiamo vivendo ci vuole molto tempo, noi stessi fatichiamo a rendercene conto e continuiamo...a stupirci ogni giorno del sole che abbaglia e illumina ogni cosa di una luce unica, della luna che si completa “alla rovescia”, della terra rossa che tutti i giorni ci macchia le scarpe, degli ananas che sanno di ananas e dei canti swahili che accompagnano ogni momento della giornata, dall’alba al tramonto. L’incontro con l’Africa è un processo che si realizza lentamente, il tempo si dilata e ci si accorge di quello che si sta facendo solo gradualmente. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare non è un impatto violento perché l’Africa ti accoglie come se ti stesse aspettando da sempre, la dimensione temporale è unica, lo si nota in particolar modo la sera quando il sole comincia a tramontare, in pochissimo tempo il cielo si colora di un rosso intensissimo spegnendosi subito dopo in una cascata di stelle e allora il silenzio ti circonda e tu come un atomo dell’universo ti lasci pervadere dal tutto divenendo una sola cosa con la notte africana.L’arancione acceso del sole al tramonto mi riporta al nostro primo incontro con il villaggio Tumaini. Scesi dall’autobus dopo un estenuante viaggio di 12 ore, ci ritroviamo circondati da decine di bambini desiderosi di aiutarci anche a costo di portare una valigia che potrebbe tranquillamente contenerne un paio. Dall’altra parte della strada i ragazzi più grandi, le cui figure si frappongono fra noi e il sole all’orizzonte. Ad accompagnare questo momento ci sono i canti delle mami che risuonano ancora adesso nelle mie orecchie. Un’accoglienza migliore non avrei potuto immaginarla, è stato un momento unico, vedere le facce e la gioia nei loro volti, sentire finalmente l’odore e i suoni della terra che ci ospiterà per un anno, ritrovarsi circondati da bambini che ti prendono la mano come se ti avessero lasciato un’ora prima, accorgersi dei loro sguardi curiosi che ti squadrano infinite volte, sono momenti indescrivibili che bisogna vivere per poter capire.Scrivo dalla casa dei volontari del villaggio Tumaini un centro orfani nella regione di Iringa, nella zona sud-ovest della Tanzania. Da ormai un mese siamo in Africa come volontari in servizio civile e dopo quattro settimane spese per imparare la lingua ci affacciamo finalmente su quello che sarà il nostro lavoro per i prossimi undici mesi. In quattro rimarremo fissi in questo centro per lavorare con i bambini orfani facendo assistenza in asilo, ripetizioni pomeridiane, attività serali e tutto ciò che potrà essere necessario. Gli altri quattro volontari si sono ormai trasferiti a Wanging'ombe, dove seguiranno un centro diurno per persone disabili e la costruzionedi un secondo centro in grado di fornire maggiori servizi ed ospitare più persone.
Andrea Baccarini - Tanzania |
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Scritto da Stefano
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Giovedì 03 Dicembre 2009 10:59 |
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15/11/09 – MAROUA (Cameroun) – Isac ha quindici anni, da più di cinque vive in strada, i trafficanti di bambini lo avevano condotto qui dalla Nigeria con l’intento di rivenderlo come schiavo in Chad, ma lui è riuscito a fuggire, a liberarsi di loro, e ora vaga senza metà tra le strade polverose della città. Tra una sigaretta e una sniffata di colla, tra un furto e una bagarre con i compagni le sue giornate passano anonime, senza un progetto, senza una speranza per il futuro. Come lui ce ne sono molti, si chiamano Amadou, Bayang, Sekvou: qualcuno è stato rapito, qualcuno è stato abbandonato, qualcuno è fuggito per sottrarsi alle violenze dei propri familiari, qualcuno semplicemente cercava la propria libertà.
Siamo a Maroua, capoluogo dell’omonima provincia all’interno della regione dell’estremo nord del Cameroun. La città – oltre 350mila abitanti – è l’ultimo importante centro prima di raggiungere il confine con il Chad, distante circa centocinquanta chilometri. Qui si concentrano tutti i traffici leciti e illeciti del grande nord camerunese, da qui i prodotti e le merci acquistati a buon mercato nella vicina Nigeria vengono tradotti verso la frontiera chadiana, dove mercanti ed avventurieri continuano a fare ottimi affari.
In questo contesto lavora dal 2002 l’associazione “Bienvenue les Enfants”, cercando di sottrarre i ragazzi alle insidie e ai pericoli che la strada nasconde. Grazie all’intervento di Padre Danilo e della Fondation Bethléem che sostiene l’associazione ho la possibilità di vedere con i miei occhi il lavoro svolto dall’associazione, di conoscere personalmente i ragazzi e di provare a capire il loro vissuto, i loro problemi, le loro speranze. L’associazione invita i ragazzi nel proprio centro ogni sabato, qui si da loro la possibilità di lavarsi e di pulire i propri vestiti, gli si offre un pasto caldo, si discute insieme su problemi quali igiene, droga, traffico di bambini. Oggi i ragazzi sono circa una ventina, tutti sono molto divertiti dalla presenza di un nazara (uomo bianco), si scambiano battute e sorrisi che l’operatore Ousmane decide di non riferirmi. Terminato il pasto subito si disperdono a piccoli gruppetti, pronti a riprendere le proprie attività.
Il lavoro dell’associazione non si limita solo a questo: ogni giorno, ogni notte Ousmane torna in strada a cercare i propri ragazzi, si informa su come è andata la giornata, si preoccupa delle loro condizioni di salute, li invita a rivolgersi a lui per ogni tipo di problema. “I mezzi – mi spiega – sono pochi, ma nonostante questo siamo riusciti nel tempo a vaccinare quasi centocinquanta ragazzi contro la tubercolosi, abbiamo riportato sulla giusta strada parecchi ragazzi che si stavano perdendo sotto i fumi dell’alcool e della droga, abbiamo bloccato e fatto arrestare i trafficanti di un gruppo di ragazze che stavano per essere condotte in Chad con lo scopo di essere poi vendute in Arabia Saudita come schiave del sesso”.
Rimango d’accordo con Ousmane per fare insieme il solito giro di ogni notte. Prendiamo una moto taxi e ci dirigiamo verso il Domayo, il quartiere della movida cittadina. Camminando sull’unica via illuminata, li incontriamo quasi tutti: c’è chi lavora nei banchi di venditori di carne ambulanti, chi rovista nella spazzatura cercando bottiglie di plastica che laverà e rivenderà, chi elemosina tra i tavoli dei locali. Finito il giro ci sediamo per prendere una birra, la nostra giornata è finita e tra poco rientreremo ognuno nella propria casa. Per loro invece no, loro continueranno fino a tarda notte nella speranza di rimediare quanto più lavoro possibile, poi esausti cercheranno un posto per riposarsi, così, senza un tetto, “à la belle étoìle”.
Riccardo Romano |
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Ultimo aggiornamento Giovedì 03 Dicembre 2009 11:34 |
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